Cose di casa nostra
Oggi e lunedì si vota in Toscana.
Non so a voi, ma a me pare di assistere all’ennesimo rito laico della sinistra italiana: una processione di buone intenzioni e di vecchie glorie tirate a lucido che recitano lo spartito del cambiamento, come se bastasse appoggiarlo sul leggio per saper suonare.
Diciamo la verità: la rossa Toscana non è più rossa. È sbiadita, slavata e comincia a odorare di morte, come il materasso messo fuori dalla finestra in una celeberrima quanto tristissima scena dell’ultimo capitolo di Amici Miei.
Le sconfitte nelle Marche e in Calabria hanno mandato segnali chiari che la dirigenza del centrosinistra ha interpretato con la solita lucidità da sonnambuli: non abbiamo capito una beata minchia, ma continuiamo così che va bene.
Perché la verità, quella che nessun Baruffi&Taruffi sa o vuole raccontare, è che la sinistra non perde per colpa della destra, perde per colpa sua. Perde perché si è trasformata in un simulacro morale senza popolo, un’élite autoreferenziale con il gazebino del PD nella ZTL e il posto fisso nelle fondazioni bancarie o in qualche partecipata.
Il centrodestra, dal canto suo, si presenta con la solita mistura di slogan per binari, nostalgici e livorosi, pronto a prendersi anche ciò che fino a ieri sembrava irraggiungibile. E se domani dovesse davvero cadere anche la Toscana, l’ultima roccaforte simbolica del finto progressismo italiano insieme all’Emilia Romagna, piu che di svolta storica per la destra, si tratterebbe di organizzare un bel seppuku di gruppo per Schlein e soci. Avete presente il finale di 47 Ronin? Ecco, quello.
Così, mentre noi stiamo qua a tentare di fare un po’ di analisi cercando sempre di non apparire troppo seri, la vera protagonista di domani non siederà né a destra né a sinistra. Starà a casa, sul divano, davanti al televisore o allo smartphone, con la mutanda lassa e una palla che fa capolino. Si chiama astensione, vincerà di nuovo e con percentuali che nessun partito può più nemmeno sognare.
Perché, in fondo, gli italiani non credono più che il voto cambi qualcosa. In Toscana come ovunque nel Paese, il sentimento dominante non è la rabbia, ma la rassegnazione. Quella che si traveste da indifferenza e che, a forza di non scegliere, finirà con lo scegliere per tutti.
Così oggi e domani, tra un seggio semivuoto, una diretta di Mentana e un plastico di Vespa, assisteremo all’ennesimo episodio di una democrazia in lenta ma continua decomposizione.
Lunedì, a urne chiuse, i vincitori parleranno di “investitura popolare”, i perdenti di “riflessione necessaria”, e nessuno avrà il coraggio di dire la cosa più semplice di tutte: la politica non la stiamo perdendo. L’abbiamo già persa.
Dal particolare al generale
Tranquilli tutti però, per una volta siamo in buona compagnia. La Francia è praticamente senza governo da mesi, il Regno Unito a trazione Starmer sembra Fantozzi all’arrivo della Coppa Cobram, così come la maggioranza che sorregge Merz in Germania.
C’è un filo comune che unisce la crisi politica dell’ Europa. Questo filo è l’antisocialismo, quel carattere che accomuna chi odia tutto ciò che può anche solo lontanamente andare verso un ordine sociale fatto di sanità, scuola e asset produttivi pubblici, contenimento della libertà di azione dei grandi capitali, cittadinanza attiva e consapevole, redistribuzione della ricchezza e divisione dei poteri. Altroché schizzate arruffapopolo nostrane eterodirette che alternano la hybris ai piagnisteo!
L’incapacità delle sinistre europee di ritrovare una coscienza e una pratica socialista è sicuramente l’ostacolo principale alla rinascita di una dialettica democratica in Europa. È anche vero che appena si intravede un barlume di risveglio dal Matrix neoliberista, compare un esercito di Mr. Smith pronti ad ammazzarlo sul nascere. E non importa se questo fa crescere, legittimandole, le destre estreme. Anzi, come fu per gli anni Venti e Trenta in Italia, Spagna e Germania, si ricomincia a respirare quell’aria mefitica di saldatura tra le élite economiche, la piccola borghesia perennemente astiosa, vera massa di manovra del fascismo, e i Bombacci.
La piccola borghesia livorosa non muore mai. Cambia solo outfit: ieri camicia nera e fez, oggi felpa patriottica e like compulsivi. È la classe che sogna ordine mentre il mondo brucia, la stessa che scambia la sua frustrazione per coscienza politica. La vera massa di manovra del fascismo non è mai stata nelle caserme, ma nei condomìni: là dove il rancore è routine e la paura del declino diventa identità.
I nuovi Bombacci? Ce li abbiamo ovunque. Ex socialisti da editoriale, post marxisti riciclati in opinionisti sovranisti, nostalgici del “popolo vero” che parlano come un algoritmo arrabbiato. Si presentano come ribelli, ma servono lo stesso padrone di sempre: il Capitale travestito da comunità nazionale. Sono i traduttori automatici dell’odio piccolo borghese in linguaggio “anti sistema”.
E l’Europa ci casca di nuovo. Antisocialismo ovunque, ma con filtro Instagram o reel su TikTok: la colpa non è del capitale finanziario o delle rendite, ma del migrante, del sindacalista o del pacifista che rompe i coglioni perché impedisce di arrivare puntuali alla dose di sfruttamento quotidiano. È la vendetta dei mediocri che diventa ideologia sottona.
Il nuovo fascismo oggi non ha bisogno di marce né di adunate. Il cancro antisociale ha ricominciato a divorare l’Europa dall’interno.
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