A volte sembra che l’AI mi legga il pensiero nel generare fotomontaggi così riusciti da sembrare verità storica. E allora vediamo il risultato.
Da un lato l’immagine di un uomo calvo su un palco improvvisato, braccio teso sulla folla della Piazza Rossa, anno di grazia 1917. Dall’altro il tarocco, la stessa piazza, la stessa folla, lo stesso braccio alzato. Solo che stavolta appartiene a una donna con occhialoni e cuffie Pioneer DJ, che pompa bassate nell’aria dove una volta volavano le parole d’ordine della Resistenza e dei camalli.
Ok, il fotomontaggio è la mia solita satira anarconichilista. Ma un po’ è anche il documentario del presente. Tuttavia il quadro non sarebbe completo senza il terzo pannello: Piazza Duomo, Milano, ieri. Salvini e Sardone convocano la città. La città non pervenuta.
Esegesi del “trittico”
Il pugno chiuso è rimasto. È sopravvissuto a tutto. Alla caduta del Muro, alla terza via, al Jobs Act, al reddito di cittadinanza. È sopravvissuto perché non significa più niente di preciso, e le cose che non significano niente durano per sempre: sono decorative, non pericolose. Come il Che sulla maglietta del figlio del notaio.
Silvia Salis non è il problema. È il sintomo terminale di un processo lungo più di trent’anni, in cui la sinistra italiana ha progressivamente sostituito la politica con la performance. Prima si trattava di trovare le parole giuste. Poi le posture giuste. Ora le playlist giuste. Il contenuto è evaporato. È rimasta l’estetica.
Questo è il dettaglio del fotomontaggio che brucia davvero: la folla sullo sfondo non è cambiata. Stessa densità, stesso calore, stessa disposizione a seguire chiunque occupi quel palco con sufficiente sicurezza gestuale.
È solo che la folla oggi non chiede più niente. Si è abituata a ricevere emozioni invece di risposte. E la sinistra — o quella che si autodefinisce tale — ha imparato a erogarle con precisione industriale: il comizio che pare un dj set, il dj set che sembra un comizio, la manifestazione che sembra un festival, il festival che è diventato la manifestazione.
Lenin almeno ci faceva due palle così. Non perché fosse noioso in sé, ma perché pretendeva qualcosa. Pretendeva attenzione, tempo, fatica. Pretendeva di essere seguito dentro un ragionamento, non solo dentro un’emozione.
Vladimir Lenin parlava a una massa che in gran parte non aveva strumenti, e proprio per questo non abbassava il livello: lo forzava. La politica, per lui, era uno sforzo di traduzione e insieme di elevazione. Non bastava essere capiti: bisognava essere compresi abbastanza da agire. C’era un’asimmetria dichiarata, persino brutale: chi sapeva doveva spiegare, chi non sapeva doveva mettersi in condizione di capire. Non era democratico nel senso contemporaneo del termine, ma era politico nel senso più pieno: costruire una direzione, non limitarsi a intercettare stati d’animo.
Oggi quell’asimmetria è diventata impronunciabile. Spiegare è sospetto, articolare è elitario, chiedere attenzione è percepito come arroganza. La politica ha interiorizzato questa diffidenza e si è adattata: non organizza più, sincronizza. Non forma, amplifica. Non guida, segue il ritmo.
E qui il confronto smette di essere storico e diventa meccanico. Da una parte, un modello che usa la piazza per trasformare un pubblico in soggetto politico, anche a costo di risultare faticoso o addirittura respingente. Dall’altra, un modello che usa la piazza per restituire al pubblico ciò che già sente, rendendolo più intenso, più veloce, più condivisibile. Nel primo caso, la folla è un problema da risolvere. Nel secondo, è un dato da confermare. Per questo Lenin annoiava: perché rallentava. E rallentare, oggi, è la cosa più sovversiva che si possa fare.
Molto meglio i 150 bpm di Silvia Il’ič De Witte.
E poi c’è Piazza Duomo e le solite merde umane leghiste.
Milano, capitale economica d’Italia, città che funziona grazie alle mani di rumeni, egiziani, ghanesi, bangladesi, sudamericani, che scaricano i magazzini, tirano su i cantieri, portano i piatti nei ristoranti dove la Milano bene discute di identità nazionale. Quella Milano lì, il Girasagre e Miss Crocifisso la convocano per dirle che gli “esterni” sono il problema.
La risposta è una piazza che sembra il parcheggio antistante la chiesa dell’odio dopo la messa delle undici: due bigotte, qualche pensionato, un gatto che passa e l’aria primaverile che muove più cose che persone.
Come sempre capita in una società business oriented, il mercato ha già votato, e lo ha fatto prima della politica: i capomastri, i ristoratori, i titolari della logistica sanno esattamente cosa sparisce se spariscono gli “esterni.” Salvini e Sardone possono sciorinare il loro repertorio fino a sgolarsi. Intanto la città reale ha già fatto i conti. E i conti non tornano senza quella manodopera che loro vorrebbero rispedire a casa.
È così che la destra identitaria e la sinistra festivalara hanno lo stesso problema: parlano a una platea che non esiste più, o che non è mai esistita fuori dalle proprie teste.
Tre piazze, un solo vuoto
Il bilancio è questo: in cent’anni siamo passati dalla piazza come luogo della storia, alla piazza come scenografia della Technocrazia, alla piazza come imbarazzo.
Lenin potrà pure non aver ragione su molte cose, ma su una cosa ci ha preso: le piazze si riempiono solo quando qualcuno ha qualcosa da dire a chi non ha niente da perdere. Quando si smette di parlare a quella gente, quando la si sostituisce con i follower, con il pubblico dei festival, con l’elettorato immaginario della nazione etnica, le piazze si svuotano. O si riempiono di minchioni.
Unz unz.
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