Esiste nel lessico delle scienze politiche una categoria analitica raffinatissima che descrive con precisione chirurgica il momento in cui un governo perde ogni presa sulla realtà e galleggia sulla sua inconsistenza. La categoria si chiama: essere alla frutta.
Facciamo l’inventario.
Il 22-23 marzo gli italiani si sono presentati alle urne e hanno detto NO alla riforma costituzionale della giustizia con oltre il 53% dei voti e un’affluenza quasi al 59%. Un referendum voluto dal governo e costruito sul mito del togato-nemico ereditato dalla buonanima di Berlusconi. L’anno prima era toccato all’autonomia differenziata, indicata come il premio per l’alleato Girasagre, finita anche quella morta e sepolta. Due bandiere sventolate in curva a beneficio di tifosi sempliciotti e ammainate in due anni. Manco fossero il Toro di Cairo.
Dopo la batosta referendaria è venuta la resa dei conti interna. Delmastro e Bartolozzi costretti a dimettersi su esplicita richiesta di Meloni. A seguire Santanchè, a processo per falso in bilancio, indagata per bancarotta e per truffa all’INPS. Un ministro che truffa lo Stato, vale a dire sé stesso: wonderful! Infine Gasparri che ha lasciato la guida dei senatori di Forza Italia su indicazione di Marina Berlusconi. Incredibile a dirsi, in questo valzer di teste che cadevano, quella di Tajani è rimasta attaccata al collo. Misteri insondabili della politica o, come è più probabile, in questa farsa che sembra sempre più l’ultima stagione di The Boys, al nostro rappresentante agli Esteri è toccata la parte di Abisso.
In Parlamento il 9 aprile Meloni ha detto: “Non c’è alcuna ripartenza da fare, posto che il governo non si è mai fermato”. Non si è mai fermato, ella dice. Talmente in moto che nel giro di tre settimane ha perso un referendum, due sottosegretari, una ministra e un capogruppo. Talmente determinato che la premier ha dovuto salire in aula per un’ora a spiegare che non si dimetteva perché la colpa non è sua ma dell’opposizione, dei rettiliani e di Saturno contro.
FdI cala dell’1,5%, ma non frana. Il PD recupera qualcosa. I rispettivi alleati tirano a campare. Questi sono i numeri che raccontano una maggioranza che si regge sull’inerzia dell’opposizione e certo non per forza propria. Il campo largo non chiede le dimissioni perché le teme più di quanto le desideri. È una sorta di simmetria della paura a tenere in piedi il carrozzone Italia.
(Ne ho scritto qua: https://ittica.org/?s=L%27ordalia+ )
Il vero capolavoro è però sul fronte internazionale. Meloni aveva costruito pazientemente e servilmente il rapporto con Trump. Il punto più alto era stato raggiunto ad aprile 2025 con l’invito alla Casa Bianca e la candidatura a servire gli snack al tavolo di Trumplander. Quando l’alberghiero ti regala il tuo piccolo superpotere.
Poi è arrivato il conto. Il 13 aprile #donnamadrecristiana ha definito “inaccettabili” le parole di Trump sul Papa. Il 14 aprile Trump ha replicato con toni durissimi, dicendo di non parlare con lei “da molto tempo” e legando lo scontro alla linea italiana sull’Iran. In conclusione, l’asse privilegiato con il messia di Mar-a-Lago si è dissolto in quarantott’ore per via di White Angel alias Prevost, un Super che Trump non sopporta. Geopolitica di altissimo profilo.
Come cambiano in fretta le cose.
È bastata la musata del referendum, i sondaggi negativi e il rapporto di lavoro subordinato si è rotto: lo squilibrato a stelle e strisce ha licenziato la colf. Ora io capisco scazzare con il Papa e Xi, ma prendersela con la servitù è veramente da meschini.
E così si arriva a ieri con Meloni presente a Vinitaly che chiede la sospensione del Patto di Stabilità e dell’ ETS “come misura generalizzata”, avvertendo che l’Europa “farebbe un enorme errore di valutazione se si muovesse troppo tardi” sulla crisi energetica innescata dalla tensione nello Stretto di Hormuz. Detto in altre parole, la stessa Meloni che per tre anni ha fatto il doppio lavoro come guardiana dell’ortodossia fiscale europea ora invoca la sospensione delle regole di bilancio. Coerenza ferrea, come sempre.
E il campo largo? Il PD non ha fatto il balzo sperato dopo il referendum. Il M5S cresce di mezzo punto. AVS resta al 6,6%. Al centro, Calenda scrive l’ennesimo libro fermaporta, Renzi sta alla finestra e Marattin parla per bocca della Knesset. Alle ali estreme, il transfuga Vannacci apre asili per fasci in tutto il Paese, Acerbo di Rifondazione vorrebbe portare in dote a Schlein il suo zero virgola ma lei, ingrata, lo snobba. Insomma, come al solito l’opposizione festeggia la sconfitta altrui senza riuscire a capitalizzare il momento mettendoci uno straccio di programma.
Epilogo provvisorio: Meloni non cadrà a breve, statene certi. Arriverà a fine mandato potendo pure contare sulla carta Pokemon “il governo più longevo della storia della Repubblichina” da giocarsi alle prossime elezioni, magari rivincendole.
Non c’è niente da fare, in Italia l’alternativa sistemica non esiste. Non importa chi ha governato negli ultimi trent’anni e chi governerà nei prossimi trenta: la Vought vince sempre. Al limite fanno un rimpasto fra i Sette.
Nel frattempo noi prendiamo nota. E aspettiamo. Cosa non si sa.
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