Appunti sparsi dal mio taccuino di diserzione permanente
C’è questa favola ricorrente nel teatrino della politica italiana: da una parte il “progressismo responsabile” del PD, dall’altra il “sovranismo d’ordine” di Meloni.
Forse voi vedete nelle due squadre il compimento della dialettica che è fondamentale in ogni democrazia, io vedo gente che litiga nei talk show e sui social, ma poi si scambia i giocatori davanti al buffet di Bruxelles.
E allora perché continuiamo a fingere che siano due mondi diversi? Il loro gioco è sempre lo stesso: governare la percezione, non la realtà. Garantire stabilità al sistema predatorio posto in atto dalla Restaurazione neoliberale mentre il Paese affonda nella palude dello svilimento dei diritti e della precarietà economica.
Il governo Meloni ti dà la versione muscolare del controllo. Il PD ti fornisce quella gentile. Cambia la tonalità, non la sostanza. Come se la repressione diventasse meno repressione solo perché qualcuno te la racconta con l’aria saputa delle scuole svizzere e non con l’allure da borgatara di chi ha problemi con la calcolatrice del telefonino, figurarsi con i grafici di PowerPoint.
E noi, a guardare questa messa in scena per boccaloni, dovremmo pure scegliere da che parte stare? No grazie.
Nessuna delle due sponde oggi rappresenta un’alternativa, ma entrambe sono le maschere dello stesso meccanismo che ci vuole spettatori della nostra esistenza collettiva e non protagonisti. Infatti noi non andiamo più a votare e loro applaudono bipartisan il trionfo di candidati votati, quando va bene, da un elettore su quattro.
La vera divisione delle società tardo capitaliste non è tra destra conservatrice incline all’autoritarismo e sinistra progressista dei quartieri belli, ma tra chi sta dentro il perimetro del Bispensiero* e chi osa immaginare altro.
E immaginare altro, questo sì, resta l’unico gesto veramente sovversivo.
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