Il mondo si sta perdendo?
C’è un momento, nella storia delle civiltà, in cui tutto vibra. Non è un presagio del crollo imminente, ma non è neppure la rivoluzione: è quel tempo sospeso in cui ogni cosa sembra sul punto di accadere e, allo stesso tempo, rimane terribilmente immobile.
Noi viviamo esattamente lì, in un mondo che corre senza capire dove corre, che combatte senza sapere cosa difende e che innova senza credere nel futuro.
C’è un filo sottile che lega temi apparentemente distanti tra loro: la bolla dell’intelligenza artificiale, la tensione tra Cina e Giappone attorno a Taiwan e il fervore bellicista della Commissione Europea. È un filo tirato male, pronto a spezzarsi, che sembra reggere un sipario che da tempo non nasconde più nulla.
Dietro la tenda, il declino dell’Occidente è talmente evidente che quasi ci si vergogna a definirlo tale: sembra più un lento collasso strutturale che nessuno vuole riconoscere, come chi scopre che il soffitto di casa è pieno di crepe e pensa a scegliere il colore delle pareti.
La grande illusione digitale
La nostra epoca crede di potersi salvare comprando server e accendendo centrali elettriche. La bolla dell’intelligenza artificiale cresce come una pianta carnivora affamata di energia: più la si nutre, più questa chiede.
Ci raccontiamo che le macchine risolveranno tutto. In realtà stanno solo accelerando il ritmo della nostra corsa verso un punto in cui non sapremo più distinguere la conoscenza dalla confusione.
La cosa più triste è che ci rivolgiamo all’AI perché non abbiamo più il tempo né la calma per trovare le risposte da soli. Un po’ perché, come dicono le statistiche, la curva dell’intelligenza umana ha imboccato la fase discendente e stiamo diventando mediamente più stupidi, un po’ perché siamo diventati schiavi dell’urgenza del fare per avere.
Il Pacifico ribolle e l’Europa finge di essere un falco
Sul fronte geopolitico, Asia e Occidente recitano commedie diverse sullo stesso palcoscenico.
Cina e Giappone si studiano con diffidenza secolare. Taiwan è il pretesto perfetto per trasformare tensioni antiche in un braccio di ferro moderno. Mentre i due giganti si sfiorano come due capocchie di fiammiferi, l’Europa fa la voce grossa con la sicumera di chi sa di avere alle spalle un bodyguard.
War der Leyen e Ramba Kallas si riempiono la bocca con fantomatici eserciti che ricordano la militarizzazione della Germania di Hitler. E sappiamo com’è finita. Napoleoncino Macron, BlackRock Merz e Guido “The Lobbyist” Crosetto premono addirittura per il ripristino del servizio di leva, ma poi tutti cercano incessantemente lo sguardo degli Stati Uniti per capire se quello che hanno detto è corretto. Intanto il babbione aerografato ha il suo bel da fare per evitare che la voragine del debito pubblico USA diventi un buco nero e si ingoi il paese prima che Musk e Besos terraformino Marte.
Il risultato: guerre per procura, coraggio a giorni alterni e furore retorico da talk show.
Un impero stanco e un farabutto lucido
Il modello statunitense scricchiola da anni e più propriamente dalla fine della WWII, schiacciato com’è dal proprio ruolo di gendarme del mondo e dai costi per mantenerlo.
Sembrerà un paradosso, ma quello che lo ha capito meglio non è un professore, né un analista, ma un farabutto col vizio dell’autocompiacimento: sempre lui, Trump. Non un visionario e men che meno un campione di morale. Tuttavia ha intuito che continuare a reggere il mondo sulle spalle mentre il proprio Paese si sbriciola è un gioco che non ci si può più permettere. Meglio mollare un po’ di impero che perdere la propria casa.
La stanchezza del pensiero
L’amara verità è che la nostra civiltà non ha smesso di pensare: ha smesso di avere il tempo per farlo. Siamo travolti quotidianamente dalla velocità, dalla competizione ad ogni costo, dal rumore di fondo che si mescola alla ridondanza.
Le risposte non mancherebbero: manca il silenzio per ascoltarle. E così capita che si chieda consiglio a una macchina.
Non tanto perché la macchina sappia più di noi, ma perché è l’unica che mette ordine senza lamentarsi, senza chiedere prebende o strapuntini e senza accreditarsi consensi fasulli. È un surrogato, certo. Ma a volte i surrogati servono a capire quanto ci siamo allontanati dai sapori veri.
Il conflitto per il profitto: ultima scusa di un mondo che cade
C’è infine il Grande Mito radicato nelle società tardo capitaliste: l’uomo è destinato al conflitto per il profitto.
Due sono i presupposti “filosofici” su cui si basa la teoria: il primo, l’avidità è naturale come la gravità; il secondo, la Storia è un eterno gioco di sopraffazione. Spoilerone: sono tutte cazzate!
È vero invece che oggi quella parte dell’umanità che cerca pace, ragionevolezza, lentezza, non ha megafoni. E quando il mondo è dominato da sirene d’allarme e tamburi di guerra, chi parla piano sembra muto. O un coglione.
E allora, dove stiamo andando?
Forse verso un cambio di epoca? Mmmh, difficile che un pugno di fantamiliardari che detengono la ricchezza di oltre metà delle anime del pianeta rinunci a mandare la moglie rifattona e le amiche garrule in gita su un pene finestrato dal quale osservare l’Impero.
Forse verso una forma diversa di convivenza? Bah, torniamo al pisellone con gli oblò. Questa è gente che vuole tutto, anche le stelle.
Forse verso una nuova divisione del potere mondiale? Questo è certo: a loro tutto e a noi un cazzo.
Forse verso un caos creativo? O forse, più semplicemente, verso un mondo in cui dovremo ricominciare a chiederci chi siamo senza che qualcuno, umano o artificiale, ci risponda troppo in fretta.
Io non sono contro l’idea di progresso in sé, sono contro l’idea di progresso in voi
Per ora, l’unica certezza è questa: quelli tra noi che cercano risposte sembrano aver capito che non possono più permettere ad altri di sbagliare tutto.
Perciò sì: il grande inganno è questo.
Ci convincono che non ci sono alternative, che siamo predatori per natura, che il conflitto è inevitabile. Ma la verità è che l’unica cosa inevitabile è il loro intimo terrore, quello di chi ha costruito un mondo che sta cadendo a pezzi e non vuole ammettere di non saperlo riparare.
Non siamo kamikaze obbligati a precipitare per la gloria dell’Imperatore. Possiamo decidere di rallentare e, perché no, possiamo pure cambiare direzione. Il futuro è ancora nostro, nonostante tutto.
E se dà fastidio a qualcuno, meglio così.
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