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In morte del fratello Silvio

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È morto il re. W il re!

C’è chi da ieri lo definisce un grande spirito liberale, un gigante nella storia italiana.

Roba da matti!

Tranquilli, passeranno anche questi giorni, ma ahimè, non andrà meglio. 

“Noi siamo venditori! Il venditore è un uomo solo che parla tanto e non ascolta mai. Noi convinciamo le persone Silvio! Non ci alziamo dal tavolo della trattativa fino a quando i nostri sogni non sono diventati anche i loro”.

Sin dalla discesa in campo nel ’94 Berlusconi  ha determinato non solo la sua identità politica, ma anche quella degli avversari, costringendo tutti ad imitarlo per riuscire a stare al suo passo. È stato lui a perfezionare la  diade identitaria usata dalla Lega di Bossi contro i “terroni” e poi dal Girasagre contro i migranti. A ben leggere l’Italia di questo interminabile presente, anche Meloni si sta muovendo nello stesso solco: “Noi” contro “loro”, dove i “loro” di Berlusconi erano i giudici e lo statalismo parassita dei comunisti, mentre ora sono le coppie arcobaleno, la maternità surrogata e le puttanate del ministro cognato sulla sostituzione etnica.

Lo schema retorico populista non è più venuto meno e ha allevato generazioni di (pseudo)leader, Renzi in testa, la cui narrazione imbastita al teatrino della Leopolda è stata l’equivalente digitale del cielo azzurro di Forza Italia. Stesso stile, stessa politica e stesso progetto.

Non sono mancati neppure gli  esperimenti di “sociologia politica” come quello dei 5* che, pur con limiti evidenti, ha dato prova di voler cercare di chiudere il cerchio tra mobilitazione e potere. Purtroppo, vuoi per il personale politico drammaticamente non all’altezza e vuoi perché la democrazia dal basso è difficile da praticare, la promessa non è stata mantenuta e il sogno di un partito che entrasse con la violenza di un fuoco d’artificio nelle buie stanze della gerontocrazia politica italiana si è trasformato nell’incubo di un partito a metà: orfano della base e prigioniero del potere nelle stesse stanze che avrebbe voluto rischiarare.

Intanto la crisi globale continua a pesare in modo sempre più forte sulle condizioni di vita di chi può meno, ma in Italia più che nel resto d’Europa. La crisi economica viaggia ormai in parallelo con la crisi politica e morale che sta investendo le stesse classi dominanti, indicando a chi non ragiona in termini binari la direzione di una più complessiva crisi di civiltà. 

Quella sotto è la mia personalissima agiografia del Cavaliere del Lavoro Silvio Berlusconi, postata di getto questa mattina sul social cazzaro. Per quel che vale.

Esequie di Stato e lutto nazionale. E il feretro sull’affusto di cannone no?

Nella mia bolla cognitiva ho sempre visto in Berlusconi più un avversario che un nemico.

Al di là deĺl’ironia e ancor più del sarcasmo che ho sempre fatto sul Berlusconi politico e, qualche volta, sull’harem di Hardcore (oh, io, fatte le debite proporzioni, con le bici ho speso un patrimonio, lui con la figa altrettanto, ci sta), credo di non aver mai commesso l’errore di sottovalutarlo. Anche nel 2011, quando la congiura che vide insieme l’Europa dell’austerity e la fronda interna lo fece cadere, dicevo che sarebbe tornato, seppur ridimensionato.

In fondo tra avversari c’è pur sempre una simpatia segreta, giacché la nostra intelligenza e la nostra virtù sono spronate a fare meglio dall’intelligenza e dalla virtù della nostra controparte. E Silvio sì, mi stava simpatico.

Invece la sinistra, mondo a cui appartengo più per pigrizia che per convinzione, ha visto in Berlusconi sempre e solo un nemico. Quel nemico tanto strapazzato a parole, ma poco sul terreno dei fatti, in fondo è stato l’unico argomento che per anni ha riempito un vuoto di idee, di programmi e, perché non dirlo, anche di carisma.

Dal ’94 berlusconismo e antiberlusconismo hanno contribuito a creare in Italia un quadro di dialettica politica più simile a quella dei paesi dell’Europa dell’Est (basta dire che oggi siamo governati da quelli che sbavano per il blocco di Visegrad) che a quella dell’Europa cosiddetta virtuosa (al cui desco non siamo mai stati ritenuti degni di partecipare, ma c’è da capirli).

La politica da opposte tifoserie sta paralizzando l’Italia da trent’anni, impedendo quei (pochi) miglioramenti che gli altri paesi dell’Europa Occidentale hanno conosciuto, pur restando saldamente nell’ambito neoliberale in politica e neoliberista in economia. Non importa chi governa, il problema è che se la linea di chi dovrebbe essere alternativo alla destra continua ad essere quella del liberismo, dell’atlantismo servile, del centrismo ottuso e dell’accattonaggio nella spartizione delle cariche (esemplare la recente vicenda delle nomine RAI), a condurre la goletta “de sinistra” sarebbe potuto benissimo restare il Cazzaro di Rignano.

È troppo facile dare la colpa di tutto il male italico al diavolo Berlusconi. La qualità della vita nei paesi SOCIALMENTE evoluti dipende principalmente dal livello dei servizi PUBBLICI, vale a dire l’istruzione, la sanità, i trasporti e i servizi di assistenza al reddito quando quest’ultimo viene a mancare. Su questi temi tutti conoscevamo le idee del Berlusconi imprenditore palazzinaro poi divenuto tycoon televisivo e dell’editoria. Quel che non ci aspettavamo è che ogni volta che la sinistra tornava al governo, la “cura” per il Paese fosse sostanzialmente la stessa: dismissioni, privatizzazioni ed esternalizzazioni dirette ad agevolare gli amici degli amici. Insomma avallare il paradigma, cercando di dissimulare l’ipocrisia.

Se volessimo finalmente uscire dalla lunga crisi politica, morale e sociale italiana, dovremmo avere il coraggio di andare oltre le metafore, gli svolazzi lessicali e l’armocromia per vedere tutto il quadro.

La satira di Natangelo e Vauro, spiace scriverlo, dileggia il nemico, ma niente di più.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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