Viviamo in un’epoca che ci promette tutto e non mantiene nulla. Siamo liberi di dire ciò che vogliamo, ma solo se non dà fastidio. Liberi di essere chi vogliamo, l’importante è che produciamo. Liberi di essere tristi, purché sia in silenzio.
Forse l’unico gesto veramente sovversivo oggi è ammettere di stare male. E raccontarlo. Senza filtri, senza faccine e senza hashtag. Lo scoramento, in fondo, è solo il modo più sano di reagire a un’epoca malata. È come una febbre intermittente che ti dice che qualcosa dentro di te proprio non va.
Oggi, se non sorridi, sei un problema. Se stai male, disturbi l’ottimismo tossico del mondo impegnato a fatturare. Il problema non è solo individuale, è culturale: siamo convinti che la felicità sia un obbligo sociale, una merce da esibire. E quando non arriva, scatta l’autoaccusa: “Sono sbagliato”. Invece non lo siamo. È il sistema il malato e noi che proprio non riusciamo ad allinearci rappresentiamo i sintomi più umani. Ma guai a dirlo.
Lavoro precario, relazioni usa e getta, futuro legato ai capricci di una cerchia malsana di super ricchi, bombardamento costante di stimoli futili e ancora ci stupiamo quando la capoccia implode. La vera domanda è: come fa a non stare di merda una persona sana in un mondo così?
E allora eccola, la grande alleata della nostra epoca: la depressione. Non quella da repartino psichiatrico e dosi massicce di captatori della serotonina, ma quella diffusa, silenziosa, funzionale. Quella che ti fa sopravvivere senza vivere, che ti fa sorridere senza gioia, che ti fa accettare l’inaccettabile. Il disagio è diventato normale. Anzi, necessario.
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