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Qualcuno ha detto: “Se non c’è salute, non c’è economia”

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La notizia di oggi è che il Covid ha fatto in Italia cento vittime in una sola settimana. Naturalmente dal Ministero della Salute si sono affrettati a dichiarare che non c’è motivo di allarme, ma intanto si emanano circolari per effettuare test ai sintomatici che accedono alle strutture sanitarie e si registra un’impennata di casi tra gli operatori (fonti ministeriali).

La sensazione sgradevole è che il Covid fosse stato rimosso dal dibattito pubblico bipartisan e non solo in Italia. Sono andato a riprendermi le più importanti testate giornalistiche inglesi, tedesche e francesi degli ultimi sei mesi (come se non avessi perso già abbastanza tempo a leggere Vannacci) e, salvo qualche sporadico cenno nelle pagine interne, la sensazione è che si considerasse la pandemia un fatto del passato. Per questo motivo ora sarà più difficile riprendere il percorso delle vaccinazioni, in primis quelle delle categorie più a rischio. Inoltre, fallocefali e gombloddisti permettendo, non sarà neppure semplice rimettere in moto una macchina organizzativa complessa e costosa: la prevenzione sanitaria e la profilassi da pandemia.

In Italia, tra le armocromie della sinistra da un lato e l’avanspettacolo puro del ministro cognato e di Donzelli dall’altro, l’attenzione alla sanità è scesa rapidamente e, guarda un po’ la coincidenza, si sono parimenti ridotti i fondi destinati alla nostra salute.

Ma vediamoli questi fondi.

L’Italia , per il 2023, con una spesa per la Sanità Pubblica del 6,8% sul Pil, si colloca ormai da tempo sotto la media europea del 7,1%, e drasticamente sotto la Germania che spende il 10,9%, la Francia con il 10 per cento, e buona ultima la Spagna con il suo 8% (fonte stampa italiana).

La crisi è davvero profonda, le responsabilità di chi si dichiara, almeno a parole, a favore di chi può meno sono altissime (spoilerone: non è il governo Meloni) e il rischio di un declino inarrestabile è ormai una triste realtà.

Il personale fugge dalla Sanità Pubblica perché non ha incentivi sufficienti. Dopo anni di incuria programmata al fine di favorire la migrazione verso il privato sia degli assistiti che degli operatori, è normale che vengano meno, da entrambe le parti, le motivazioni che fanno optare per il servizio pubblico. Tuttavia, se davvero vogliamo salvare la Sanità, occorre avere un’idea minima di stato sociale e attuare investimenti importanti.

Siamo di fatto di  fronte ad un pericolo incombente: il superamento dell’universalismo del Servizio Sanitario Nazionale attraverso l’avvio di una selezione per censo di tipo yankee. La conseguenza sarà quella di avere una sanità minima che si rivolgerà principalmente ai poveri, con poche risorse e basata perlopiù sul volontariato, ed una progressiva, a seconda del colore della carta di credito. In questo modo non si farà altro che aggravare le diseguaglianze che sempre più caratterizzano il nostro Paese.

È unanimemente riconosciuto dalla lettura della realtà, prima ancora che da prese di posizione ideologiche, come già oggi le differenze in atto nelle società occidentali, in rapporto a istruzione, condizioni di vita e di lavoro, età e genere portano anche a diseguaglianze di salute. Le persone socialmente più disagiate si ammalano di più ed hanno maggiori difficoltà di accesso tempestivo a servizi di buona qualità.

I soliti paraculi della sinistra autoreferenziale, quella dei garantiti con il piano sanitario integrativo, dicono a noi povery che bisognerebbe arrivare al 7% del PIL. Scusate se mi permetto di osservare che si tratta di ben misera cosa, oltre che di un argomento che denota il tardivo ritorno ai temi sociali dopo la deriva liberista intrapresa negli ultimi trent’anni.

Per non fare figure “à la Fornerò” (“ritengo che 9 Euro possano essere anche un po’ tanti”, rispondendo al giornalista Telese sul tema del reddito minimo) e per iniziare a fare qualche variazione sostanziale al paradigma, occorrerebbe mobilitarsi su due, tre temi al massimo: sanità, istruzione e reddito minimo. E su questi ingaggiare una lotta “o tu o io” con la destra, cercando un registro comunicativo semplice e non le supercazzole che spingono sempre più persone basiche tra le braccia della propaganda meloniana.

Ad esempio, si potrebbe dire che se si vuole davvero imprimere una svolta e rilanciare la sanità pubblica, occorrerebbe trovare almeno dieci/quindici miliardi oltre a quelli previsti per il 2024 e puntare a raggiungere l’8 %del Pil ogni anno da qui a sempre.

Dove trovare tutti questi soldi? Un primo segnale di rottura sarebbe quello di sfanculare il padrone americano, smettendo di finanziare le guerre per procura. Peccato che sia sufficiente  riascoltare gli arabeschi lessicali e lo stridio di unghie sugli specchi di Schlein, in occasione della presa di posizione del PD sul rifinanziamento della guerra in Ucraina, per andare a raccogliersi le palle in fondo ai calzini.

Diamine, quando scrivo qua sopra fino allo sfinimento che destra e sinistra, in questo Paese culturalmente devastato e sempre più con le pezze al culo, sono un unico blocco sociale privo di colore che vota per sé stesso e campa per cooptazione, non lo faccio certo perché non ho digerito la peperonata a cena la sera prima!

Burp.

🌹🏴‍☠️🫑

*Image credit “immagine in evidenza”: USB Emilia Romagna

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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