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Potrebbe andare peggio. Potrebbe piovere

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Un quadro desolante

In Italia ci sono ormai 10 milioni di cittadini poveri pur avendo un lavoro (fonti ISTAT e FDD). La destra che si finge paladina delle periferie ha buon gioco nel portarli dalla sua, contando su decenni di totale adesione al modello liberista da parte della sinistra di governo. Il resto lo fanno l’indifferenza e la rassegnazione che costituiscono il partito di maggioranza relativa.

L’annuale “Rapporto sulla situazione sociale del Paese”  redatto dal CENSIS fotografa un’ Italia in cui si è ancora in larga parte in grado di riconoscere i problemi – il declino economico, sociale e culturale, il debito pubblico, i cambiamenti climatici, la WWIII a puntate – ma in cui non si riesce ad andare oltre la paura o, quando va bene, alla partecipazione emotiva e a ondate alle tante emergenze, senza tuttavia riuscire a elaborare una reazione forte, razionale e, soprattutto, coesa.

Come già si poteva evincere dal precedente rapporto del 2022, la società italiana vive anno dopo anno in una sorta di “latenza di risposta, sospesa tra i segnali dei suoi sensori e la mancata elaborazione di uno schema di funzionamento”.

In altre parole, gli italiani del 2023 si rifugiano nella ricerca di uno “spicchio di benessere quotidiano” e, di fronte ai “cupi presagi”, mostrano “una colpevole irrisolutezza”. Sono cioè impauriti e vuoti come “sonnambuli” che vivono in uno stato di semiveglia, con desiderii piccoli e con la tendenza a ritrarsi nel loro privato senza una prospettiva collettiva per il futuro.

Le “Considerazioni generali” che introducono il Rapporto descrivono “una società con molte scie, ma nessuno sciame, con una direzione, ma pochi traguardi, in cui i meccanismi di mobilità sociale si sono usurati”.

Meriti e demeriti

Due fatti oggi appaiono incontestabili: la destra è lì dov’è e intende restarci, non importa come; la sinistra, dopo aver cantato per decenni nel coro del pragmatismo global in economia e del mero mantenimento del potere in politica, è assolutamente inadatta a indicare prospettive ed a illuminare un orizzonte che superi in qualche modo l’attuale paradigma socioeconomico.

Il punto è uno solo: le forze cosiddette democratiche sembrano avere più voglia di lottare tra loro per l’affermazione della leadership interna di quanta ne riservino a trasformare le tante scie in uno sciame e, come conseguenza, in una politica capace di essere maggioranza nel Paese.

Ubi minor maior cessat

Mentre la sinistra si perde nell’ “ossessione dell’Io”, è la destra a ricordarci che le classi sociali esistono, cambiano volto e, soprattutto, voto.

Non serve essere veteromarxisti (anche se aiuta) per comprendere che un po’ di analisi della struttura sociale è, o dovrebbe essere, la base imprescindibile di ogni sinistra. Al contrario, quel che si è verificato negli ultimi decenni è l’affermarsi del concetto di identità come campo di scontro politico cruciale. I diritti delle donne, della comunità gay e di qualunque altra minoranza sono in cima ai programmi di tutti i partiti che si dicono di sinistra. Contemporaneamente le vittorie elettorali di populisti e demagoghi nelle democrazie più avanzate mettono in dubbio proprio l’impianto dei diritti civili in nome del recupero di un’identità più ampia che fa capo a Dio, Patria e a quel “Bignami” di luoghi comuni contenuti nel Vannacci pensiero.

“Io” vs “Noi”

Chi a sinistra sostiene che “il personale è politico” si ritrova superato da un libercolo che riesce laddove gli arabeschi concettuali e le “veroniche” del mondo intellettuale progressista non ci vanno neanche vicino, vale a dire nel far sentire una moltitudine di binari, fallocefali, rosiconi e odiatori da tastierino, ma anche di donne e uomini tristemente comuni, finalmente compresi. Se questo non è recupero della lotta di classe!

Il politologo americano Mark Lilla sostiene che, nell’appoggiare ogni sorta di battaglia politica basata sull’identità, la sinistra liberale abbia in realtà abdicato al suo ruolo. Abbracciando senza resistenze l’individualismo proveniente dalla “restaurazione” avviata da Reagan e Thatcher negli anni ottanta, i liberal hanno contribuito ad alimentare un sistema di valori antipolitico, rinunciando al consenso degli elettori, per concentrare tutte le loro forze in un attivismo frammentario, portato avanti spesso con intenzioni nobili, ma incapace di intaccare la realtà, perché allergico ai necessari compromessi della rappresentanza.

Nel “j’accuse” di Lilla, che ha riaperto la discussione sul futuro della sinistra americana, a maggior ragione in vista della probabile vittoria di Trump alle elezioni presidenziali di novembre, il docente della Columbia University alza la posta in gioco, sfidando ogni convinto progressista a lasciarsi alle spalle l’ossessione per l’io per concentrarsi non su ciò che ci rende diversi l’uno dall’altro, ma su quanto condividiamo come cittadini dello stesso paese, e a immaginare un futuro per tutti. Soprattutto per i più deboli.

Forse però per il PD e gli ondivaghi 5* una riflessione interna seria è chiedere troppo.

Nell’attesa che a casa nostra il campo progressista batta un colpo di classe, ci tocca vedere all’opera il governo Meloni per renderci conto di ciò che tentiamo un po’ maldestramente di argomentare.

E allora, alla luce dei recenti sviluppi in seno alle prossime elezioni regionali, diciamo che era difficile che potesse andare peggio di com’è andata.

In Basilicata il candidato unitario Lacerenza lascia a poche ore dalla nomina, in seguito all’esplosione di contrasti interni alla coalizione che hanno portato alla candidatura dell’imprenditore del terzo settore e vertice del movimento cattolico “Basilicata casa comune”, il piddino Angelo Chiorazzo. In Piemonte il PD candida l’assessora comunale Gianna Pentenero, ma i 5* bocciano la candidatura d’apparato e fanno sapere che correranno con un loro ronzino. In queste condizioni Bardi e Cirio non dovranno neppure faticare a stampare i manifesti elettorali: si preannuncia un tre a uno a tavolino (a cui si aggiungerà la Caporettto umbra tra novembre e dicembre).

Così, mentre le divisioni e i personalismi vincono su ciò che accomuna, emerge in tutta la sua drammaticità la miopia di chi ha colpevolmente lasciato che la destra, o come vi piace rappresentare Meloni&co., facesse breccia nella devastazione culturale del Paese avocando a sé il consenso trasversale dello scontento per usarlo come clava nei confronti di un avversario prigioniero nel suo castello di autoreferenzialità e privilegio.

Peccato, perché è proprio sulla “linea di battigia” del recupero della lotta di classe  che costoro possono essere  contrastati e battuti.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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