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I sabotatori con la tessera

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Il fascismo da operetta di Meloni e La Russa non mi tiene sveglio la notte. Vannacci e le sue evoluzioni neovitelloniste neanche. E il Girasagre, con il suo ritrovato trumpismo da banderuola, fa paura quanto Frankenstein Junior. Invece quello che talvolta mi impedisce di tornare a prendere sonno, oltre alla prostata debole, è il tafazzismo del PD.

E niente, non gliela fanno proprio ad avere più nemici esterni che interni. Quand’anche la direzione targata Schlein riuscisse nell’intento di dire, mica poi di fare, qualcosa di sinistra chiudendo tutte le finestre per evitare gli spifferi, un po’ di “odeur de merde” resterebbe comunque intrappolato. Perché il nemico non è fuori. È dentro. Con la tessera in regola e un nome che suona come una minaccia velata al programma elettorale (ok, ma quale?): I Riformisti.

Da ottobre 2025 compaiono insieme con la regolarità di chi ha un piano. Lorenzo Guerini, il presidente del Copasir, l’uomo che sa come funziona un’intelligence e, evidentemente, anche una corrente. Giorgio Gori, europarlamentare, ex uomo di punta di Mediaset, ex sindaco di Bergamo, quello che alle elezioni comunali spiegava il centrosinistra ai bergamaschi come si spiega il calcio ai milanisti. Quando un padre spirituale è tutto.

Attorno a loro solo altra bella gente su cui spiccano il genitore seriale Delrio e la pasionaria ucrainsionista Picierno. Poi i graduati di truppa: Quartapelle, Sensi, Zampa, Malpezzi. Un partito nel partito, alcuni lasciati lì da Renzi, altri partigiani di sé stessi. Manca solo il congresso fondativo.

Il filo conduttore è sempre lo stesso, tessuto con la pazienza di chi non ha fretta perché sa di avere, comunque vada, il culo al caldo garantito dalle regole del gioco (il sistema elettorale). Secondo i Riformisti «il Pd ha sterzato verso posizioni incompatibili con una vocazione di governo» ( e «l’alleanza con M5s e Avs è tattica non politica, sulla difesa europea la linea è ambigua». I virgolettati vengono dal bell’articolo di Giulio Cavalli su La Notizia di ieri e sono la parafrasi giornalistica di un  posizionamento collettivo. Volendo ricondurli a chi ha detto cosa, sulla “vocazione di governo” la più esplicita è Picierno, mentre è Guerini a parlare di “ambiguità”.

Ora, se proviamo a fare la traduzione in parole semplici a beneficio di chi non segue troppo la politica, tutto questo vuol dire che Schlein va troppo a sinistra (potete ridere), che i grillini puzzano di populismo (vero, ma con Giggino di Maio era mooolto peggio) e che i soldi per i carri armati europei vanno trovati (ce lo chiede Ursula Bomberleyen).

Bene, ora volete sapere una cosa? Sono posizioni più che legittime. Basterebbe conoscere un minimo le carriere e le posizioni espresse dai suddetti personaggi per capirlo. Ma sono legittime come posizioni di un altro partito, non come opposizione interna organizzata a quello in cui stai. Il 6 febbraio di quest’anno, alla direzione del PD, per la prima volta da anni la relazione di Schlein non ha raccolto l’unanimità. Centosessantadue sì, undici astenuti. Undici è un numero piccolo che sa di principio. Infatti erano i prodromi dell’infezione.

C’è poi chi resta e chi sceglie di tornare da dov’è venuto: Gualmini e Madia. La prima, eletta europarlamentare in qualche collegio blindato piddino, poi passata ad Azione con la valigia della «mancanza di agibilità politica» in mano, vale a dire che non la fanno più andare in televisione e anche in aula parla pochissimo. La seconda, influente più per le parentele che per la produzione di atti, noi la ricordiamo soprattutto per una tesi scopiazzata e per il mirabile ritratto che ne tracciò Piergiorgio Odifreddi nel 2014 su Repubblica.

Eccolo:  «Alle elezioni del 2008, Walter Veltroni usa le prerogative del porcellum per candidare capolista alla Camera per il Pd nella XV circoscrizione del Lazio la sconosciuta ventisettenne Marianna Madia. Alla conferenza stampa di presentazione, agli attoniti giornalisti la signorina dichiara gigionescamente di “portare in dote la propria inesperienza”. In realtà è una raccomandata di ferro, con un pedigree lungo come il catalogo del Don Giovanni. È pronipote di Titta Madia, deputato del Regno con Mussolini, e della Repubblica con Almirante. È figlia di un amico di Veltroni, giornalista Rai e attore. È fidanzata del figlio di Giorgio Napolitano. È stagista al centro studi Ariel di Enrico Letta. La sua candidatura è dunque espressione del più antico e squallido nepotismo, mascherato da novità giovanilista e femminista. E fa scandalo per il favoritismo, come dovrebbe».

Se va detto che le due transfughe sono marginalità rispetto al pattuglione riformista, dove si è visto che il fossato tafazzista prendeva forma è stato con il discutibile ddl Delrio sull’antisemitismo, quello che recepiva la definizione IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) che molti usano per criminalizzare qualsiasi critica a Israele. In quell’occasione la dirigenza ha preso le distanze dal proprio senatore. Quartapelle, che di quel fossato è sponda destra, ha risposto con un’accusa di «abuso di autorità» a chi fa sintesi «come un caporale di caserma». Infine, a scavare ancora, è arrivato il referendum sulla separazione delle carriere. Il Pd ha indicato il NO come linea condivisa, parte dei riformisti ha votato SÌ.

Il paradosso è tutto qui. Guerini, Delrio, Gori, Quartapelle, Picierno, Sensi, Zampa, Malpezzi restano dentro. Per ora, scrivono i giornali. “Per ora” è pure la formula di chi non ha ancora deciso se è più comodo continuare l’assedio al castello o il costruirne uno ex novo che faccia la sua dose d’ombra. Insomma, la scelta è tra rimanere in un partito che hanno contribuito a costruire nella sua versione più governista, più atlantista, più contigua ai poteri che contano, o mettere mano a mattoni e cazzuola perché qualcuno ha osato spostare il mobilio. A proposito di “madia”.

La domanda è: aspettano che Schlein cada per produzione eccessiva di supercazzole o saranno parte attiva? “Elly stai serena” è già stato detto?

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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