I Piùmeglio non deludono mai. Ma nemmeno quegli altri. La settimana politica è appena partita e già vale più di una puntata di Crozza. Ma andiamo con ordine.
Lo schiaffetto di Rubio
Marco Rubio arriva a Roma. Prima va alla Farnesina, dove Tajani consegna al Segretario di Stato americano un albero genealogico che ne documenta le origini piemontesi. Come se a noi autoctoni non bastassero Briatore, la madama Garnero e il pattuglione dei bistecchieri biellesi capeggiati da Delmastro e Chiorino! Il gesto in sé oscilla tra il folclore e lo zerbino, ma cosa volete farci, stiamo parlando del nostro ministro degli Esteri, uno che non conosce il senso del ridicolo.
Intanto Rubio se ne va con la pergamena farlocca a Palazzo Chigi. Un’ora e mezza con Meloni, definita pomposamente “visita di cortesia”: nessun comunicato ufficiale congiunto e la cerimonia ridotta al minimo sindacale. Il messaggio diplomatico è cristallino: Gioggia, da quando hai smesso di portarci le mazze sul green, sei importante quanto basta per un caffè, ma non abbastanza per un comunicato.
Il Presidento, dal canto suo, blatera di “dialogo franco tra alleati che difendono i rispettivi interessi nazionali”, ma gli LLM la tradurrebbero così: “sono stata trattata da comprimaria, ma la vendo ai babbei che mi votano come parità di rango”.
Lo Stabilicum e i costituzionalisti
I Fardelli, non paghi della tranvata referendaria, rilanciano col premio di maggioranza. Lo Stabilicum, che già dal nome conferma la confidenza di Gioggia col latinorum, prevede un sistema proporzionale con un maxi-premio allo schieramento che supera il 40%, capace di portare la coalizione vincente fino al 60% dei seggi parlamentari. Peccato che non uno, ma centoventisei costituzionalisti — tra cui nomi come Enzo Cheli, Ugo De Siervo, Gaetano Azzariti — firmano un appello intitolato “Torniamo alla Costituzione” e definiscono l’ennesimo espediente per restare in sella una “forzatura inaccettabile delle regole democratiche”, un “premierato di fatto” che “trasforma le elezioni in un plebiscito per la scelta di un capo”. Il governo se ne fotte e tira dritto. D’altronde rientrare dalla finestra è la specialità della casa.
L’Albania e i canili
Il ministro degli Esteri albanese Ferit Hoxha, parlando ad Euractiv con la nonchalance di un impiegato comunale che chiude una pratica, annuncia che l’accordo sui CPR non verrà rinnovato oltre il 2030. Infatti, quando scadrà, l’Albania sarà nell’Unione Europea e non potrà più fare da resort extraterritoriale per le deportazioni italiane. I “canili” di Gjadër e Shëngjin, pensati come hub di frontiera, bocciati ripetutamente dai tribunali e riconvertiti in CPR e mai davvero funzionanti, chiuderanno comunque. Le opposizioni hanno riassunto l’ennesima parabola accazzo meloniana con efficacia involontariamente comica: “Da ‘funzioneranno’ a ‘chiuderanno'”. La frase riecheggia il “Fun-zio-ne-ran-no” pronunciato da Meloni con quell’enfasi borderline che aveva già fatto ridere i polli al momento della proclamazione.
E poi la farsa: nel giro di poche ore il primo ministro Edi Rama interviene personalmente su X. Avete letto bene, su X! In quattro righe smentisce così il suo stesso ministro: “Il nostro protocollo con l’Italia è destinato a durare, fintanto che l’Italia lo vorrà”. Gioggia su Facebook (!) risponde “Grazie Edi” e Tajani chiosa con la profondità che lo contraddistingue: “Il 2030 è lontano, pensiamo a quello che dobbiamo fare adesso.”
Risultato finale: Hoxha ha detto una cosa vera, ossia che i canili chiuderanno comunque quando l’Albania entrerà nell’UE, perché la logica giuridica dell’extraterritorialità cessa di esistere, Rama l’ha smentito per ragioni diplomatiche, l’opposizione italiana ha gioito troppo presto, Meloni ha postato trionfante. Nel mezzo, la realtà: una fraccata di soldi pubblici spesi e una conduzione della politica estera che sembra affidata a dei bimbiminkia, non importa se italiani o albanesi.
La raffineria agli azeri
Passata quasi in silenzio, come si conviene alle notizie più pesanti: l’API Holding ha ceduto il 99,82% di Italiana Petroli — rete IP, 4.600 stazioni di servizio, due raffinerie, 10 milioni di tonnellate di capacità annua, logistica nazionale — alla SOCAR, compagnia petrolifera di stato dell’Azerbaigian, per circa 3 miliardi di euro.
L’operazione ha richiesto e ottenuto il via libera del governo italiano attraverso il Golden Power. Novant’anni di famiglia Brachetti Peretti ceduti agli azeri con il benestare della sovranista che siede a Palazzo Chigi. Anche in questo caso la dimensione comica ha il suo perché. Nel quarto anno dell’Era Meloniana, quella in cui si favoleggia di autonomia strategica e indipendenza dalle catene internazionali, l’infrastruttura di distribuzione carburanti più capillare d’Italia passa sotto il controllo di uno stato autoritario del Caucaso. Il tutto benedetto da chi si presenta come difensora dell’interesse nazionale. Che il cortocircuito ideologico non disturbi nessuno è parte integrante dello spettacolo.
Ma l’opposizione?
Ah, sì. L’opposizione.
Mentre tutto questo accade, Elly Schlein è a Toronto, al Global Progress Action Summit, dove incontra il premier canadese Mark Carney e, dettaglio presentato come coronamento di una carriera, Barack Obama in persona. Ora non so se Elly avesse già incontrato l’ex presidente USA, ma pare che gli abbia raccontato di quando, da groupie, lavorò alle sue campagne presidenziali del 2008 e del 2012. Obama le ha rivolto il suo “incoraggiamento come giovane leader”. Battimani. La leadership interna guadagna punti. Il PD dei carretti arcobaleno è in festa. Conte e Salis rosicano.
Ok la logica dell’evento. Va bene pure la retorica dell’internazionalismo progressista di ‘sta cippa. Quello che proprio non riesco a digerire è perché la classe politica italiana, trasversalmente, senta il bisogno costante di essere legittimata dagli Stati Uniti. Non solo dai presidenti in carica, come fa Meloni con Rubio come tramite per Trump. Ma anche dagli ex presidenti, quando si tratta dell’opposizione. Come se la benedizione americana di qualunque colore e di qualunque stagione fosse la sola che conti davvero.
Il sogno di un’America diversa, quella buona, quella di Obama, contrapposto all’America cattiva di Trump: questo è il racconto che struttura l’immaginario del centrosinistra italiano. Un racconto consolatorio e, permettetemi, storicamente una puttanata colossale.
E allora vi rinfresco la memoria: la presidenza Obama è stata quella in cui l’amministrazione democratica ha sostenuto attivamente il trasferimento della Fiat negli Stati Uniti nell’ambito del salvataggio Chrysler. L’operazione, presentata a suo tempo come win-win, di fatto spostò il baricentro industriale del gruppo lontano dall’Italia.
Ce n’è ancora, cosa credevate. Obama è stato quello del TTIP, il Transatlantic Trade and Investment Partnership, l’accordo di libero scambio che puntava ad abbattere le barriere non tariffarie tra UE e USA: un progetto che i movimenti sociali europei combatterono strenuamente, con ragioni fondate, per i rischi che comportava sugli standard sanitari, ambientali e di sicurezza alimentare dei consumatori. È stato anche quello che ha visto l’incremento considerevole dei trasferimenti di risparmio italiano verso i mercati finanziari statunitensi, nel quadro di una finanziarizzazione dell’economia europea che l’atlantismo progressista non ha mai problematizzato seriamente.
E come non ricordare l’intervento militare in Libia — 2011, operazione Odyssey Dawn — che ha prodotto il caos che ancora oggi alimenta i flussi migratori di cui poi si lamentano sia la destra che la sinistra italiane? Ops, quasi dimenticavo, il “dem” Obama è stato quello che ha esercitato forti pressioni affinché l’Eurozona varasse politiche di austerità draconiane, le stesse che hanno devastato la Grecia e compresso la domanda interna in tutta l’Europa meridionale. Sempre sotto la sua amorevole amministrazione, gli USA spinsero con insistenza affinché i paesi NATO portassero le spese militari al 2% del PIL: la stessa soglia che oggi Trump rivendica come sua e che invece ha radici nella continuità bipartisan della politica estera americana.
That’s all folks!
Questa è l’America di Obama. Non è un’America cattiva in senso morale: è semplicemente l’America che persegue i propri interessi strategici ed economici, come ogni grande potenza fa e ha sempre fatto. Il problema non è Obama. Il problema è l’Italia, di destra, di sinistra, di centro, di su e di giù. Un paese che si racconta, da Acca Larentia al Nazareno, che esiste una sponda americana “amica” a cui appoggiarsi, invece di costruire una soggettività politica autonoma.
Su ittica.org uso da tempo l’espressione “blocco monocolore” per descrivere questa convergenza strutturale tra forze che si presentano come avversarie. La settimana che si è avviata è un manuale illustrato del concetto: Meloni sbaciucchia Rubio per tornare nelle grazie di Trump, Schlein in versione Madonna pellegrina va da Obama per iscriversi al club giusto. Due facce della stessa subalternità. Due modi diversi di chiedere il permesso.
Se questo non è materiale per Crozza.
PS: chi controlla la moneta, le basi militari, i flussi finanziari e l’agenda commerciale non cambia a seconda di chi vince le elezioni americane. Cambiano solo la scenografia e il tono, meno sguaiato. L’egemonia resta.
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