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Demolition man

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Le elezioni in Russia dividono il governo italiano

“Quando un popolo vota ha sempre ragione, le elezioni fanno sempre bene sia quando uno le vince sia quando uno le perde” è stata la constatazione di Matteo Salvini all’indomani del plebiscito pro Putin.

Il voto in Russia è stato caratterizzato “da pressioni forti e anche violente”, ribadisce il ministro degli Esteri Antonio Tajani.

Come giocatori di briscola del Bar Sport i due vice premier non si intendono proprio mai sul “carico” da calare in politica estera.

Quello che non deve meravigliare, al netto della diversità di opinioni di questa maggioranza tenuta insieme dal collante del potere e dall’europeismo malsano di von der Leyen, è che il Girasagre, leader maximo della feccia italica, accetti di buon grado di sancire la coppia di fatto Giorgia-Ursula.

Sguazzare nell’odio come un paperotto

Nell’ottica di raschiare il fondo maleodorante del barile dei voti di euroscettici, razzisti e (cripto)nazisti, l’uomo a cui il concetto di Pace si addice tanto quanto a Rocco Siffredi il pensiero di tenerlo nelle mutande, si è scagliato contro la decisione di tenere chiusa la scuola di Pioltello nell’ultimo giorno di Ramadan. Scuola con la metà degli studenti di tradizione islamica.

Ogni occasione è buona per solleticare il basso ventre della schiuma più ignobile del Paese garantendosi al contempo la sopravvivenza in politica.

Cosa c’entra il Ramadan con Putin?

In realtà moltissimo. Quello a cui stiamo assistendo in questi giorni e a cui assisteremo da qua a giugno, sarà l’ulteriore radicalizzazione del Girasagre in vista delle elezioni europee.

In caso di disfatta elettorale e qualora l’altra Lega, quella “colta ed europeista” (sigh!) che fa capo a Giorgetti, si decidesse a piantare un paletto nel cuore allo sbiadito eroe padano, il nostro avrebbe già pronta l’exit strategy: “Italia Sicura”.

Rimpiangere la Prima Repubblica

L’intento di garantirsi la sopravvivenza  andando a pescare consensi laddove Meloni non osa andare, almeno fino a quando porta voti ai conservatori europei, è palese. Il nome della nuova realtà politica/slogan pare addirittura essere stato registrato da un notaio, secondo quanto affermano voci non ufficiali interne al Carroccio.

Quando la politica italiana non era ridotta al solo piazzare parenti semianalfabeti in posti chiave com’è oggi, Salvini sarebbe stato costretto a dare le dimissioni da vicepresidente del Consiglio e si sarebbe aperta una crisi di governo.

Invece in questi giorni ci tocca sentire Meloni che accusa (giustamente) l’opposizione di essere allo sbando, senza tuttavia avere il pudore di guardare in casa propria.

Renzi e Calenda all’uscio (e Casini pronto a benedire)

Parallelamente alle mosse in prospettiva di un mestatore di professione si può leggere sotto una luce diversa sia il sostegno di Italia Viva e di Azione alla destra in Basilicata che la ritrovata concordia che si registra tra i due partitini e i loro leader, Renzi e Calenda, con le posizioni di Meloni.

È stato proprio l’altro Matteo a fissare le elezioni europee come momento di verifica e dunque di crisi per questa maggioranza. Se ancora non bastasse il vaticinio dell’eterna spina nel fianco del centrosinistra, si registra un altro segnale inequivocabile sotto forma di Pier Ferdinando Casini, una vita spesa a fiutare il vento alle spalle dei contribuenti, ora eletto addirittura a Bologna nelle liste del PD. Quando un democristiano di lungo corso come lui scende in campo, riproponendo la necessità di convergere al centro, è sicuro che qualcosa di grosso si sta preparando.

Perdere oggi per non vincere domani

I dissidi lucani e in Piemonte lasciano intravedere l’elefante nella stanza che di fatto impedisce al centrosinistra di porsi come reale forza sociale antagonista agli scappati di casa della compagine meloniana: nell’area politica del cosiddetto campo largo a prevalere è l’idea che “le elezioni siano l’occasione per un assemblaggio di sigle politiche unite da un vincolo di programma fragile e generico” (cit. Paolo Desogus).

Negare che la politica sia fatta soprattutto di alleanze e compromessi è cosa che appare chiara anche a chi, come il sottoscritto, si guarda bene dal pensare che essere di sinistra voglia dire avere il patentino della saggezza. Altrimenti non si spiegherebbe il PD.

Accade allora che il campo largo, lungi dall’attecchire trasversalmente nella società, si riduca ad essere portatore del mantenimento di un mero status politico (il PD appunto) o, come nel caso di Renzi e Calenda, di interessi e istanze di un ceto la cui esistenza è slegata dai processi sociali.

Non è un caso infatti se l’apparato mediatico costituito perlopiù dai soliti giornaloni padronali e dai potentati economici sia sempre pronto ad accogliere le pensate dei due golden boy della politica che, senza tutte le sponde di cui continuano a godere, molto probabilmente servirebbero hamburger da McDonald’s grazie ai benefici della “104”.

Ma quale campo largo?

Detto che Renzi e Calenda appartengono, nella migliore delle ipotesi, alla narrazione ipocrita della destra liberalotta italica, quel che si dovrebbe fare a sinistra è prima di tutto chiarezza interna sui referenti sociali a cui si chiede il voto e poi superare il refrain del fascio all’uscio che dissimula l’incapacità di opporsi all’attuale paradigma economico.

In particolare il Pd dovrebbe abbandonare l’interclassismo ruffiano che produce le narrazioni dei Fazio e dei Gramellini per indicare una volta per tutte le proprie priorità: non si può lisciare il pelo agli operai e al ceto medio basso e contemporaneamente fare apericena con gli imprenditori. Non si può pretendere di riportare gli astensionisti al voto e allo stesso tempo dare retta all’agenda politica dettata da Stampubblica o dal Corriere. Non si può stare con Israele e con la Nato e poi fare petizioni di maniera per la pace indossando la kefiah stirata di fresco dalla colf filippina. Infine non si può più rinunciare a parlare di salari senza toccare i tabù che gravano su ogni percorso finalizzato al ripristino della giustizia sociale: patrimoniale, tassazione degli extraprofitti, Sanità e Istruzione fortissimamente pubbliche.

Volendo ricorrere ad una metafora di stampo bersaniano, il campo largo dovrebbe stabilire cosa vuole coltivare nell’orto comune e a chi intende in seguito rivendere i suoi frutti. Altrimenti rimarrà il terreno di scontro per le scorribande di singole individualità alla continua ricerca di uno strapuntino.

Anche no, grazie. Meglio a questo punto fare il tifo per Matteo “lo Scorpione” e su quell’insopprimibile desiderio di manifestare la sua natura mandando tutto in vacca. Daje!

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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