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Mosche sulla merda

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Non è un fulmine a ciel sereno: è la fogna che tracima

Futuro Nazionale, la nuova formazione politica di Vannacci non emerge, non si afferma, non sorprende: cola fuori. È materiale di risulta che trova finalmente il suo livello di legittimazione. I sondaggi lo certificano, ma la verità è più triviale, basta annusare l’aria. Questo Paese puzza ormai da tempo di rivincita immaginaria, di frustrazione politicizzata e di ignoranza che si crede coraggio.

Non è certo chiaroveggenza la mia nel sostenere che il generale conoscerà i suoi quindici minuti di celebrità. È una semplice osservazione da entomologo dell’esistente: se si lascia marcire la democrazia, prima o poi arrivano le mosche.

L’ascesa di Vannacci è il punto più basso di una caduta durata tre decenni. Non è un incidente di percorso, ma il risultato di una rieducazione riuscita: quella che ha insegnato a scambiare il rancore per pensiero politico e l’istinto per ideologia.

La democrazia italiana non è stata assassinata. È stata rincoglionita lentamente, tra un “unto dal Signore”, tette culi, disimpegno e risate alternate alle urla nelle recite bipartisan dei talk show. Siamo arrivati al punto in cui non distinguiamo più tra dissenso e delirio, tra autorità e autoritarismo e battiamo le mani ad entrambi.

Aria irrespirabile

Annusate l’aria che vi circonda, non vi pare iprite? Lo dico perché quelli tra noi che non usano la bocca come succursale del culo si sentono in preda ad asfissia causata dallo squadrismo lessicale, dalla profondità di pensiero da caserma e da concetti da scaffale del discount.

Il modello è chiaro: trumpismo per povery. Senza dollari per il lavoro, la sanità o la scuola, ma con tanto livore a chilometro zero. Qua non si tratta più di svolta autoritaria, ma di mutazione antropologica. Il sentire comune del Paese si è spostato fuori dal perimetro democratico e ora guarda la violenza con curiosità, quando non è desiderio.

Dal folklore leghista al rancore di Stato

Il percorso è lineare, anche se fingiamo di non vederlo. Dalle cazzate secessioniste di Bossi, passando per la pornografia del potere berlusconiana, arrivando alla destra identitaria che governa oggi, ogni passaggio ha progressivamente abbassato l’asticella, sdoganato l’abuso di ignoranza, reso normalità l’osceno. Non c’è stata alcuna rottura, ma solo una lenta discesa agli inferi.

L’odio non è sparito: è stato rifinito, plasmato a beneficio di binari, rosiconi e fallocefali, incartato e infiocchettato dagli eredi del Premiato Salumificio Predappio. Se prima colpiva a casaccio, ora è mirato.

Prendiamo ad esempio il migrante: oggi non è più un problema sociale, è una colpa ontologica. Non importa cosa fa, se si spacca la schiena lavorando al nero nei campi o se spaccia, è sufficiente che esista. La sua colpevolezza sta nell’essere al mondo. E questo non è banale razzismo da bar sport: è ingegneria politica elementare. Qualcosa che sta tra Goebbels e Massimo Boldi.

Un popolo, un nemico, un rutto di sovranità

L’odio unisce. Fa comunità. Dà l’illusione di contare qualcosa. È quel “tribalismo” a cui quel simpatico fascistoide di Steve Bannon faceva riferimento nelle conversazioni che vengono fuori dagli Epstein files, tra un bambino e l’altro torturati a morte da esponenti dell’élite che sgoverna questo mondo metastasico.

È tutta questione di appartenenza. Da un lato c’è la società globale glorificata dalle narrazioni manieriste dei progressisti da ZTL, vale a dire i pitbull del mantenimento dei privilegi travestiti da pelosetti della Cirinnà. Negli attici e nei loft, quando non si è troppo impegnati a sgozzare creature innocenti, c’è voglia di destra, purché sia quella educata nelle scuole del liberalismo francese. Invece nel verminaio burino della nostalgia c’è fame di destra vera, quella che non chiede scusa e che non media. È questa la nuova/vecchia ultradestra dura e cazzuta, le parole chiave di chi vuole picchiare forte. In una sola parola fascista, ma detto senza vergogna. Come se nel mondo al contrario si stesse compiendo una Liberazione da anni di repressione democratica.

Vannacci come solvente

Il partito del generale non è un concorrente: è un accelerante. Prosciugherà la Lega del sempre più bolso Girasagre e farà sembrare la destra meloniana una succursale democristiana. Perché al confronto con il suprematismo urlato, il post fascismo di governo apparirà tiepido, quasi educato.

L’elettorato a cui fanno riferimento i richiami alla “Decima” è quello che ama la ginnastica in piazza, anche se l’età è più da RSA che da RSI. Poi ci sono i giovani, spero pochi, che sono l’esito di un Paese in cui il processo di sdoganamento e banalizzazione del fascismo e dei suoi crimini ha prodotto mostriciattole cerchiobottiste e altre caricature del Ventennio. È in quest’Italia, afflitta da bassa scolarizzazione e da un profondo dolore sociale, che uno come Vannacci può rappresentare un’alternativa.

Tuttavia questa malerba non cresce spontanea. Il terreno è stato preparato con cura. Decenni di circo mediatico, informazione ridotta a intrattenimento isterico e propaganda travestita da dibattito hanno fatto da fertilizzante. Il risultato è stato quello di vaporizzare il senso critico attraverso la semplificazione. Ci hanno bombardato così a lungo che il ridicolo è diventato accettabile e l’aggressività desiderabile. Così il violento è diventato “schietto”, il reazionario “uno che dice le cose come stanno” e il cretino “autentico”.

Politica come tiro al bersaglio

Il trumpismo all’italiana che sta arrivando non risolve nulla perché non deve. Serve solo ad indicare chi odiare oggi. È una politica senza progetto a medio o lungo termine, se non quello di indicare molti bersagli per sviare dalla propria inconcludenza.

Allora perché? E, soprattutto, perché funziona?

Quando una società è bloccata dalla crisi del suo stesso modello di sviluppo (salari fermi, mobilità sociale bassa, servizi che peggiorano), offrire soluzioni vere richiede tempo, competenza e conflitti con interessi economici dominanti. Tutto ciò è rischioso.

Indicare un nemico, invece, è immediato.

Un progetto politico di medio o lungo periodo può essere smentito dai fatti, generare delusioni e dividere principalmente chi lo sostiene. Un bersaglio no. Il bersaglio può cambiare ogni settimana: migranti, ambientalisti, radical chic, giudici. È una politica reattiva, non propositiva. Chi ha fatto lo sforzo supremo di arrivare fino in fondo al libro di Vannacci sa di cosa parlo.

Nulla di nuovo

Mi sento di tranquillizzare chi legge i miei sfoghi, sempre che questo mesto presente lo consenta: Vannacci non sta creando nulla. È solo l’ennesimo sottoprodotto finale di una semina d’odio durata anni e ora pronta per il raccolto. Quando sarà il momento, parteciperà alla spartizione.

Provo a spiegare.

L’operazione Vannacci non è una deviazione né un incidente: è lo stesso trucco già visto con Draghi. Una destra che governa con disciplina atlantica e contabile e, nello stesso tempo, coltiva una finta opposizione identitaria per tenere buoni i delusi. Meloni ha vinto così: urlando contro il sistema per poi amministrarlo senza scarti, mentre qualcun altro raccoglieva la rabbia lasciata ai margini. Vannacci serve a questo. A recuperare astensione e risentimento senza toccare né il riarmo né l’economia. Dirà cose diverse, ma voterà uguale. Nel 2027 si ritroveranno tutti insieme, come sempre.

Il vannaccismo non è semplice nostalgia: è fascismo aggiornato, compatibile col mercato e obbediente agli alleati. Proprio per questo è pericoloso.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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