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La televisione di regime pagata con il canone

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Istruzioni per l’uso e avvertenze

Questa riflessione nasce a margine del commento dell’amico Mauro Berruto (uno dei pochi che ho nel PD) su Facebook in merito alla trasmissione Cinque Minuti di ieri sera e all’attacco condotto da Bruno Vespa a Marco Grimaldi, Alice Ravinale e Sara Diena, persone che spesso mi trovano d’accordo con le loro idee di sociale, molto meno quando il loro partito fa da stampella al PD, soprattutto su Meisino e Pellerina. Ma non è tutto. Anche Valentina Sganga, che conosco solo superficialmente, è stata usata da Nicola Porro a Quarta Repubblica su Rete4 e dalla deputata Augusta Montaruli (FdI) ad Agorà su Rai 3 per accusare chi ha manifestato di essere complice dei violenti.

Se pensate che i vostri sbembli meritino un servizio migliore, procedete nella lettura. Se invece siete tra chi pensa che Vespa meriti il Pulitzer, passate tranquillamente oltre.

Va bene, prendiamola di petto (come sempre)

L’immagine è plastica, quasi didattica: il salotto arancione di Cinque Minuti e l’ennesima liturgia vespasiana, se la intendiamo come cloaca dell’informazione.

Bruno Vespa non conduce, amministra la dimensione informativa del potentato del momento. Lui non incalza: normalizza. E quando c’è da scegliere tra il conflitto e la comfort zone del potere, sceglie sempre la seconda, con la precisione di un notaio della propaganda.

Il format è ascrivibile al peggiore giornalismo da lecca, quello che scambia l’aggressione verbale per contraddittorio solo quando l’ospite non è allineato. Ieri sera è toccato al povero Bonelli, trattato come l’intruso nel salotto dei potenti. Interrotto, ridicolizzato, infine spinto ai margini del frame come se fosse un errore di montaggio. Non è stato un incidente, ma un messaggio per tutti: colpirne uno per educarne cento.

E poi quel cartello alle spalle, apparentemente neutro, quasi a voler informare. Allora ecco i nomi in bella vista, ripuliti e istituzionalizzati: Marco Grimaldi, Alice Ravinale e Sara Diena. La tv li espone come figurine, ma nel contesto vespasiano diventano altro: comparse utili alla narrazione del potere meloniano perennemente alla ricerca di un colpevole. Certamente non perché lo siano in senso penale, sennò voglio ben sperare che sarebbero partite le querele, ma perché si vuole insinuare che siano complici del meccanismo, del rumore di fondo che trasforma ogni tensione sociale in disordine da stigmatizzare e ogni dissenso – e ripeto ogni – in un problema di ordine pubblico.

Giorgia ex machina

Sul tutto plana lei, onnipresente anche quando non è in studio: Giorgia Meloni. La sua straordinaria capacità di strumentalizzare qualsiasi evento, anche il più tragico o grottesco al fine di farne un volantino elettorale a favore del SÌ al referendum, ha ormai superato la soglia della politica ed è entrata in quella del meme. Una ripetizione ossessiva, prevedibile, talvolta tenera nella sua goffaggine.

Qualunque cosa accada, la colpa è servita: “hanno state le toghe”. I giudici cattivoni sono il capro espiatorio buono per ogni stagione, quantunquemente utile per non parlare di salari, precarietà, sanità e scuola. Resterebbe l’argomento a piacere per la cuoca della Garbatella, ma tranquilli tutti che quello glielo suggeriscono gli intellettuali di CasaPound: la remigrazione.

È vero che ognuno di noi, per non affrontare le proprie nevrosi, sceglie un nemico immaginario pur di non guardarsi allo specchio. Meloni ha scelto la magistratura agitandola come uno spaventapasseri mentre governa a colpi di slogan.

Il risultato è un teatrino televisivo in cui il giornalismo abdica, la politica conduce da dietro le quinte e il conflitto reale viene prima stigmatizzato e poi sterilizzato. Una gogna mediatica messa in piedi in “Cinque minuti”. Di vergogna.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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