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Mignottocrazia*

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C’è una parola che manca nei dizionari, ma che descrive perfettamente questo paese: mignottocrazia. Che non è, beninteso, il governo delle mignotte, ma come suggerirebbe un’ipotetica Treccani anarconichilista, è “nel senso tecnico-istituzionale il sistema per cui chi ha fatto da maitresse al potere viene, a tempo debito, graziata dal potere stesso”.

E veniamo alla maitresse.

Nicole Minetti è stata condannata in via definitiva per peculato e favoreggiamento della prostituzione ad una pena totale di tre anni e undici mesi. Il Bunga Bunga, per chi fosse a corto di memoria, non era una festa di beneficenza. Era un sistema di reclutamento, smistamento e utilizzo di corpi femminili al servizio del puttaniere di Hardcore. La Minetti era uno degli ingranaggi più oliati di quel meccanismo. Indicata personalmente da Berlusconi nel listino del PdL, divenne consigliera regionale della Lombardia a venticinque anni. Il curriculum, diceva lei, non so se per l’emozione o perché fosse davvero convinta che il meretricio valesse come il master in ingegneria dei materiali.

Scomparsa dai radar dopo la condanna, la ritroviamo al seguito di Cipriani Junior, l’erede del fondatore dell’Harry’s Bar di Venezia, nonché amico e socio di Jeffrey Epstein. Uno che, per costruirsi un club a Londra, si fece prestare da Epstein 800mila sterline, cedendogli il 66% delle azioni della società. Questo avveniva dopo che Epstein aveva già patteggiato una condanna per prostituzione minorile.

Negli anni successivi i due continuano a scambiarsi mail su incontri a Londra, New York, Parigi, frequentando gli stessi ambienti esclusivi e patinati. Atmosfera familiare, insomma. L’Harry’s Bar di Venezia, frequentato da Hemingway e da generazioni di turisti anglosassoni con la giacca di lino, approda così nell’Uruguay dei festini con ragazze di quindici anni e alle mail di Epstein che ringrazia Cipriani per l’ospitalità.

È in questo contesto che matura la domanda di grazia. Il decreto è datato 18 febbraio 2026, la proposta favorevole è del ministro Nordio, la scrittura di Giusi Bartolozzi e la motivazione: gravi condizioni di salute di un figlio adottivo uruguaiano presentato come «abbandonato alla nascita» e bisognoso di cure indifferibili al Boston Children’s Hospital, perché in Italia non sono abbastanza bravi.

Peccato che i primari del San Raffaele e dell’Ospedale di Padova abbiano smentito categoricamente di aver mai visitato il bambino, e che quegli interventi si eseguano comunemente anche in Italia.

Peccato che i genitori biologici siano viventi e identificati, ma la potestà sia stata sottratta loro nel 2023 tramite causa legale intentata da una coppia ricca che ingaggia tenzone con persone, i genitori naturali, ai margini della società.

Peccato che nei medesimi giorni in cui a Roma si firmava la grazia, la madre biologica scomparisse nel nulla in Uruguay, costringendo la polizia a diramare un avviso di rintraccio.

E qui entra in scena l’anziana persona che siede al Colle.

Sergio Mattarella, custode della Costituzione, guardiano della legalità, voce della coscienza civile della Repubblica, ha firmato questa grazia. Durante il suo secondo mandato ne ha concesse 27 su 1.500 richieste esaminate. Ma una su 1.500 è stata proprio quella lì.

Quando il caso è esploso, la risposta del Colle è stata quella delle grandi occasioni: scaricabarile istituzionale in forma di comunicato. «Cosa dovevamo fare, mandare i corazzieri a indagare?»  No, figuriamoci. Bastava leggere un giornale, ricordare i tempi delle “cene eleganti”, chiedere ragguagli all’ambasciata in Uruguay o interrogarsi per un momento su chi fossero la grazianda e il suo compagno. Per dire.

Mattarella, tuttavia, è sereno. Fonti quirinalizie lo descrivevano «sereno» anche mentre la storia deflagrava in TV. Poi qualcuno avrà portato alla sua attenzione le incongruenze del caso e allora ecco il richiamo ufficiale all’approfondimento urgente. E bon, finita lì. La serenità dei potenti è sempre ammirevole, perché coincide con l’assoluta impermeabilità alle conseguenze dei propri atti.

A dare il tocco finale alla vicenda ha pensato lei, Giorgia Meloni. In conferenza stampa ha blindato il suo Guardasigilli con la sicumera un po’ forzata di chi è costretta a dire «Mi fido di lui» e «ad oggi escludo l’ipotesi di dimissioni del ministro», sennò viene giù la baraccopoli costruita in questi quattro anni.

Restano i fatti: un ministro che ha istruito e proposto la grazia alla maitresse del bunga bunga sulla base di un fascicolo costruito con documenti falsi/mancanti, che non ha verificato nulla, che era persino stato in Uruguay «per una breve missione», precisando di non aver mai incontrato Cipriani né essere mai stato a casa sua. Ecco, quel ministro, quello lì, gode della piena fiducia del Presidento del Consiglio.

«È sempre colpa nostra», ha detto Meloni con la sua consueta arguzia, liquidando la questione come l’ennesima persecuzione mediatica. E ha ragione, perché il copione rodato è sempremente e quantunquemente lo stesso.

Come ho scritto ieri ne “L’ospedale dei Fardelli”, si è incominciato con Pozzolo, lo sceriffo di Capodanno. Poi è stato il turno di Genny Sangiuliano, che ha trasformato il Ministero della Cultura in un romanzo di Liala con ambizioni da spy story. Il filone della gnagna si è poi arricchito con la liaison di Piantedosi. A seguire, “chef” Delmastro ci ha deliziato con le bistecche al sapore di cosca. E ancora “bacchetta nera” Venezi con l’appartenenza scambiata per merito. O la Pitonessa Garnero sicura dell’impunità, perché lei è lei e noi non siamo un cazzo. Chiude il cerchio sghembo Bartolozzi, la quale, prima con le uscite improvvide sui magistrati e ora con la tempistica da campionessa olimpica del capro espiatorio, viene indicata da Nordio come la vera responsabile dei pasticci ministeriali.

La liturgia è sempre la stessa: lo scandalo esplode, il ministro o sottosegretario di turno nega, la premier esprime fiducia, l’opposizione chiede dimissioni cantando Bella Ciao su un carretto del Pride.

Non succede niente, si passa al caso successivo.

🌹🏴‍☠️

*Fonti utilizzate per questo articolo: Ansa, Open, Fanpage, Il Fatto Quotidiano, La Verità, Today.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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