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L’ospedale dei Fardelli

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«Mi fido di lui. Ad oggi escludo l’ipotesi di dimissioni del ministro».

Lei è Gioggia l’indomita. Lui il ministro Carlo Nordio, ex magistrato garantista, fustigatore dell’abuso della custodia cautelare, quello che ha istruito per il tramite di Giusi Bartolozzi e in seguito proposto la grazia a Nicole Minetti – la maitresse del bunga bunga – sulla base di un fascicolo che non reggeva all’esame di un praticante di Frascati.

Nell’ordine: ospedali che non avevano mai visitato il bambino; una madre biologica scomparsa nel nulla; la legale della famiglia naturale che muore per autocombustione insieme al marito. Un’adozione che puzza di sola lontano un chilometro. E lui, Nordio, che in diretta televisiva tiene a precisare di non aver mai incontrato Cipriani né di essere mai stato a casa sua durante la sua «breve missione» in Uruguay. Un classico caso di giustificazione preventiva che equivale ad un’ammissione implicita.

«Sicuramente qualcosa manca nel lavoro che è stato fatto — ha ammesso Meloni — però questo non è un lavoro che fa il ministero della Giustizia». Il ministero della Giustizia non fa il lavoro del ministero della Giustizia. Tenetelo bene a mente, perché potrebbe tornarvi utile in futuro, ad esempio quando vi chiedono di pagare le tasse o di rispettare il codice della strada. In Italia nessuno si assume la responsabilità delle sue cazzate. Poi, quando il disastro è conclamato, è sempre colpa di qualcun altro. Parola di Gioggia.

Il copione è collaudato. Lo conoscono a memoria persino i commessi di Montecitorio.

Il caso esplode. Il ministro o sottosegretario di turno nega, minimizza, attribuisce la colpa all’iter procedurale, alla magistratura, a qualche komunista rosikone o al mancato allineamento degli astri. La premier convoca la conferenza stampa, esprime fiducia piena e incondizionata, ricorda che il governo non può essere sempre il capro espiatorio. La finta opposizione chiede le dimissioni intonando Bella Ciao. Non succede nulla. Si aspetta il caso successivo.

E il caso successivo arriva con la puntualità di un treno giapponese. Certo non di un Freccia, perché è sufficiente ricordare che il Ministero dei ciuf ciuf è presieduto da un fenomeno del calibro del Girasagre.

Il racconto parte poco dopo l’insediamento dei Piùmeglio. E sembrano le portate del menu di Quattro Ristoranti Trash.

Si incomincia con Pozzolo, lo sceriffo di  Capodanno. Poi è il turno di Genny Sangiuliano, che trasforma il Ministero della Cultura in un romanzo di Liala con ambizioni da spy story. Il filone della gnagna si arricchisce con la liaison di Piantedosi. A seguire, “chef” Delmastro ci delizia con le bistecche al sapore di cosca. E ancora “Sora Lella” Bartolozzi, prima con le uscite improvvide sui magistrati e ora, con la tempistica da campionessa olimpica del capro espiatorio, viene indicata da Nordio come la vera responsabile dei pasticci ministeriali. L’eleganza del gesto istituzionale ricorda quella di chi sperava di sfuggire alle sue colpe indossando un pastrano della Wermacht. Abitudini dure a morire.

Il tempo di un sorbetto per aiutare la digestione ed ecco arrivare la madama Garnero, una che aspetta il processo con la flemma di chi sa che i tempi della giustizia italiana sono la vera garanzia di impunità bipartisan di questo paese. Ma non è ancora tutto, perché viene servita pure “bacchetta nera” Venezi, nominata alla Fenice come atto di sovranità culturale dei Fardelli, se non fosse che al solito questi confondono il merito con l’appartenenza. E, come ultima portata, c’è il sontuoso dessert Nordio, con la Minetti, con Cipriani, con l’Uruguay, con i bambini adottati con genitori viventi e con Meloni che si fida.

Più che da ristorante gourmet, questa è roba da terapia intensiva. È vedere da dietro un vetro i monitor che certificano i battiti di un governo che non muore, non guarisce, ma che è tenuto in vita dalla flebo della maggioranza parlamentare e dalla certezza cartesiana che l’opposizione non sia attrezzata per amministrare nemmeno un condominio.

Siamo all’accanimento terapeutico, un tema eticamente controverso. perché  comporta sofferenza inutile, spreco di risorse, negazione della realtà clinica. Si pratica quando non si ha il coraggio di guardare la cartella e prendere una decisione. Nella politica italiana è divenuta una consuetudine.

L’ultimo anno del governo dei Fardelli sarà una puntata di ER con ingresso libero e reparto sempre pieno.

Ci si vede per le esequie.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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