Sono con il pallame al sole in una ridente località della Liguria, il massimo per un torinese. Ascolto i discorsi delle persone intorno a me, anche se non vorrei averne, e non riesco a non pensare che ci sia qualcosa di profondamente comico nel modo in cui gli italiani, ma un po’ tutti gli europei, affrontano la politica.
C’è chi vuole scaricare programmi di duecento pagine come se stesse preparando un esame di diritto costituzionale, chi passa le serate a confrontare aliquote, bonus, cavilli e commi, chi ha problemi di leadership e chi se ne batte il culo di ogni. Poi arriva il giorno del voto e tutto quel materiale finisce dove finiscono i volantini del supermercato. Perché i programmi, in politica, non contano una beata minchia. Sono arredamento. Servono a riempire i tavoli dei convegni, a dare un’occupazione a Cottarelli e a fornire qualche citazione ai pennivendoli che fingono di capirci qualcosa. Servono però anche a quelli come me per tramutare la frustrazione in parole, anche se è sotto l’ombrellone che si preparano al disastro.
E allora ve lo dico: le elezioni si vincono con tre o quattro parole d’ordine. Sempre. È successo ieri e succederà domani. “Prima gli italiani”, “rottamazione”, “onestà”, “cambiamento”, “patrioti”, “remigrazione”, “la difesa è sempre legittima”. Non importa che cosa significhino davvero. Devono evocare un ordine futuro, una promessa abbastanza vaga da permettere a chiunque di infilarci dentro le proprie illusioni.
Se davvero esistesse un’opposizione degna di questo nome, lascerebbe le puttanate di cui sopra a renziani, asini a 5*, giorgiani e vannacciani per martellare su tre sole parole: pace, salari e welfare. Anzi, a pensarci bene ne basterebbe una sola: PACE.
Perché tutto il resto viene dopo. O meglio, non viene proprio. Se un Paese sceglie di entrare in un’economia di guerra, il salario diventa una variabile dipendente, il welfare un lusso da tagliare e la transizione ecologica una barzelletta raccontata durante il rifornimento di un cacciabombardiere. Mi spiace darvi la notizia, ma i Leopard non marciano a pannelli solari e gli F-35 non decollano grazie alle pale eoliche. Le guerre moderne divorano bilanci pubblici, energia, materie prime e futuro. Ogni Euro destinato agli armamenti è un Euro sottratto agli ospedali, alle scuole, ai trasporti e alle buste paga. Non perché lo dica quell’ anarcocazzaro del Cove, noto estremista da tastierino, ma perché la matematica continua ad avere il brutto vizio di non votare.
Il problema è che questa parola, pace, è diventata impronunciabile proprio per quelli che dovrebbero rivendicarla. Il governo nemmeno ci prova. Vive di retorica bellica e di soffoconi atlantisti. Ma la parte più tragicomica è un’opposizione che, anziché rappresentare un’alternativa, compete per dimostrare di essere ancora più affidabile agli occhi degli stessi poteri economici e geopolitici. Il verbo resta quello dettato dal draghismo, diventato ormai una religione civile celebrata da editorialisti, cazzullisti e rampiniani, che nei salotti televisivi prestano la penna e il portacoda ai grandi gruppi finanziari che hanno scoperto da tempo come la guerra possa essere un eccellente modello di business.
Quella che avviene sotto i nostri occhi è una straordinaria alchimia linguistica: la guerra non è più guerra, è deterrenza; il riarmo è resilienza; spendere centinaia di miliardi in missili significa costruire la pace. Orwell avrebbe chiesto i diritti d’autore.
Intanto otto miliardi e rotti di esseri umani continuano a consumare, lavorare, obbedire e litigare tra loro come polli che discutono sulla qualità del becchime mentre il macellaio affila il coltello. La propaganda fa il resto. Trasforma ogni conflitto in una crociata morale, ogni dissenso in tradimento, ogni dubbio in complicità col nemico. E funziona perché l’ignoranza non è un incidente del sistema: è uno dei suoi prodotti meglio riusciti.
Così ci ritroviamo a discutere del bonus monopattino, della tassa sugli assorbenti o del colore delle panchine, mentre il mondo imbocca con impressionante serenità la strada del riarmo permanente. E c’è ancora qualcuno convinto che il problema siano i programmi elettorali.
Dai su.
Dai anche che mi sono scottato, Madonna bombardiera!
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