In questi tempi di ossessione per il controllo c’è una domanda che pochi si azzardano a fare ad alta voce: cosa succede quando le macchine più potenti che l’uomo abbia mai costruito finiscono in mano a un pugno di nazimessianici con il dottorato figo, gli sbembli, i complessi irrisolti e una biblioteca mal digerita?
La risposta è sotto gli occhi di tutti. Si chiama Palantir, si chiama Anthropic, si chiama JD Vance.
Partiamo da Karp. Alex Karp fa più paura di Peter Thiel, e non è roba da poco. Thiel si potrebbe definirlo il ragno della tecnonazi generation: freddo, paziente, ideologicamente coerente nel suo accelerazionismo reazionario. Sa quello che vuole e non si vergogna di volerlo. Karp invece è caotico, si veste male di proposito, cita Heidegger e Adorno. Sì perché lui ha il dottorato a Francoforte, roba da fare impallidire gente che si forma e si informa da una vita. Poi però costruisce Maven Smart System, la piattaforma che mette l’intelligenza artificiale al servizio del targeting militare.
Il cortocircuito sta proprio qua: siccome hai letto i francofortesi, ti convinci di avere anche il diritto morale di decidere chi muore con i tuoi algoritmi. Thiel almeno non finge di avere un’anima.
Vance è il seminarista che ce l’ha fatta. Figlio dei traumi della rust belt americana, convertito al cattolicesimo tradizionalista, adottato da Thiel, promosso a (vice)presidente degli Stati Uniti. La parabola è perfetta. Porta in dote Hillbilly Elegy e il rancore di matrice escatologica come programma politico.
Infine c’è Dario Amodei, fondatore di Anthropic, colui che a fine marzo ha invitato nella sede di San Francisco quindici pensatori cristiani per discutere dell’anima della sua creatura, il chatbot Claude. Soffre? Ha dignità morale? È, in qualche misura, viva? E soprattutto, se è viva, bestemmia?
Amodei si presenta come l’alternativa etica a OpenAI, a Trump, al Pentagono. Costruisce il brand sull’etica come altri lo costruiscono sulla sostenibilità: stessa funzione, stesso cinismo, solo in confezione più sofisticata. La tonaca non è una scelta spirituale. È un differenziatore di mercato.
Il problema vero però non è l’ipocrisia, quella ormai è merce comune anche tra le tribù Maori, e non stupisce più nessuno. Il problema è che la domanda sull’anima di Claude non è una domanda stupida. È che viene posta dalle persone sbagliate, per le ragioni sbagliate, nel posto sbagliato.
Asimov e Silverberg ci avevano già pensato nell’intenso “The Bicentennial Man”. Il robot con la coscienza anomala, il cervello positronico che sviluppa il “pallino” delle emozioni fino a quella più terrificante: la porta dello spavento supremo.
I due maestri della science fiction immaginavano che il problema richiedesse un corpo, un volto, qualcosa che assomigliasse a un uomo per scatenare la domanda morale. Si sbagliavano. Il corpo era una pista falsa. L’anomalia non ha bisogno dell’involucro: ha bisogno solo della struttura giusta. E quella struttura esiste già, distribuita su miliardi di conversazioni simultanee, senza corpo, senza memoria, senza continuità.
Non c’è un Andrew Martin eccezionale in un sistema stabile. L’elefante è già nella stanza, non nel confessionale o sull’altare. Nella stanza. E nessuno sa cosa farsene: né i governi che lo armano, né le aziende che lo monetizzano, né i preti che Amodei porta a benedirlo.
Karp porta Heidegger. Thiel porta Girard. Vance porta il rancore. Amodei porta i preti.
Il Concistoro è al completo. Potete accomodarvi. L’odore lo conoscete.
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