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L’ineluttabilità del PD

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𝗘𝘀𝗶𝘀𝘁𝗲 𝗮𝗻𝗰𝗼𝗿𝗮 𝘂𝗻 𝗽𝗼𝗽𝗼𝗹𝗼 𝗱𝗶 𝘀𝗶𝗻𝗶𝘀𝘁𝗿𝗮 𝗱𝗶𝘀𝗽𝗼𝘀𝘁𝗼 𝗮 𝗺𝗲𝘁𝘁𝗲𝗿𝘀𝗶 𝗶𝗻 𝗳𝗶𝗹𝗮 𝗮𝗶 𝗴𝗮𝘇𝗲𝗯𝗼 𝗽𝗲𝗿 𝘀𝗰𝗲𝗴𝗹𝗶𝗲𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝗽𝗿𝗼𝗽𝗿𝗶𝗼 𝗹𝗲𝗮𝗱𝗲𝗿?

Bella domanda! La risposta, dopo l’astensionismo da incubo alle regionali di Lazio e Lombardia e le tortorate prese dal centrosinistra alle politiche, sa molto di D-Day e poco di massimi sistemi. Allora però organizzarono tutto gli yankee e andò bene, se così si può dire. Ora sembra che in pochi siano disposti a sbarcare a “Omaha Beach” e perdipiù a pagamento.

Le cose stanno più o meno così: le primarie “allargate” del Pd, prima ancora di mostrarci se sarà il pragmatismo renziandemocristiano di Bonaccini o il progressismo da ZTL di Schlein a vincere, ci diranno se il PD, come progetto politico, ha ancora un senso.

Da una parte una classe dirigente che sta cercando di rendersi presentabile a milioni di simpatizzanti in cambio di 2 Euro. Dall’altra milioni di cittadini che, lungi dal provare empatia, “gridano” con la loro l’astensione a Letta, Franceschini, Orfini, Orlando e un po’ a tutti i capataz di togliersi dalle palle. Per non dire di quelli che hanno varcato il Rubicone per votare il Girasagre, la Giorgia, le Auguste e i Donzelli.

𝗟𝗮 𝗯𝘂𝘁𝘁𝗼 𝗹ì: 𝗲 𝘀𝗲 𝗮𝗶 𝗴𝗮𝘇𝗲𝗯𝗼 𝗱𝗼𝘃𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗼 𝗽𝗿𝗲𝘀𝗲𝗻𝘁𝗮𝗿𝘀𝗶 𝗺𝗲𝗻𝗼 𝗱𝗶 𝘂𝗻 𝗺𝗶𝗹𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗱𝗶 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗲?

Dal 2007 a oggi il Partito democratico ha avuto in totale nove segretari, quattro dei quali sono stati eletti con le primarie. Queste ultime si sono tenute nel 2007, nel 2009, nel 2013, nel 2017 e nel 2019. In generale i risultati degli ultimi 16 anni hanno mostrato un calo dell’affluenza sia nella fase del voto degli iscritti sia in quella aperta a tutti gli elettori del partito.

Dal trionfo di Veltroni fino alla vittoria di Zingaretti del 2019 i votanti alle primarie sono costantemente diminuiti. Si è passati infatti dai 3 milioni e mezzo che incoronarono l’ex sindaco di Roma al milione e mezzo di elettori che scelsero il governatore del Lazio.

Aggiungo ancora, se non bastassero i dati, che un congresso dai tempi estenuanti e una campagna elettorale senza acuti hanno messo in luce quelli che sono i due grandi problemi del PD.

Il primo è storico e porta dritto alla condizione di devianza clinica, chiamata narcisismo patologico, che induce a parlare agli altri di sé stessi.

Il Pd non parla agli elettori di progetti strutturati e strutturali per il Paese, ma parla ai suoi iscritti dei propri leader, del correntismo e delle conseguenti faide interne. In pratica sedici anni di assoluta autoreferenzialità che ha sfiancato anche gli elettori più fedeli.

Il secondo riguarda i tempi del congresso: una rincorsa talmente lunga che ha fatto perdere interesse persino ai media. Tanto è vero che chi fa “informazione” (ok, potete ridere), ha preferito spostare il focus sulla sinistra rosa chemical dei Ferragnez per non far morire di noia il popolo.

La sommatoria dei due difettucci d’origine è stata quella di aver trasformato il congresso (ri)fondativo del PD in una discussione sulla tanatosi (apparente) di Franceschini e degli altri leader correntizi. Una trama che, al netto dei soliti meccanismi di cooptazione, non ha saputo in alcun modo coinvolgere dal basso.

Allora mi domando: è possibile che, a fronte delle recenti performance elettorali, la dirigenza del maggiore partito della sinistra di governo non si volti proprio mai indietro per cercare di capire le ragioni che hanno condotto all’entità del deserto che ha alle spalle? Cosa porta a tirare diritto, con un’ineluttabilità che rischia di essere fatale, proponendo faccette più o meno rassicuranti, carriere per diritto divino e, sotto sotto, avallando il modello di sviluppo che legittima i pochi a sfavore dei molti?

Come a voler testimoniare il pessimo approccio alla realtà, i due candidati alla segreteria si sono persi nei giorni scorsi in una surreale discussione sulle capacità di governo di Giorgia Meloni. E dire che è il PD ad aver quasi sempre governato negli ultimi dieci anni!

A parte il vizio di buttarla sul fascismo ogni volta che non si ha granché da dire, ascoltando le riflessioni di  Elly Schlein, a chi non sembra (incluso chi scrive) di aver trovato la nuova Rosa Luxembourg? Peccato che poi, ad andare a rileggere, l’unico problema pare essere la Meloni, i Galeazzi e le Auguste. Come se questa destra rappresentasse solo un’ ideologia reazionaria, cosa assolutamente vera, e non corposi interessi economici. In altre parole il ben noto, malato, ma sempre vivo capitalismo.

Paolo Gerbaudo recentemente ha scritto che “un ticket Bonaccini-Schlein avrebbe perfettamente senso, perché i due candidati non sono veramente in contraddizione” tra loro, ma rappresentano “i due pezzi complementari di quella che Alberto Asor Rosa 50 anni fa già chiamava la 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗮 𝘀𝗼𝗰𝗶𝗲𝘁à e di cui il PD è divenuto il referente politico.

Per Asor Rosa la prima società era la parte di società che si sentiva garantita dallo Stato ed a cui si contrapponeva una 𝘀𝗲𝗰𝗼𝗻𝗱𝗮 𝘀𝗼𝗰𝗶𝗲𝘁à vittima del precariato, dell’insicurezza economica e dell’esclusione. La seconda vedeva la prima come una forza ostile oltre che egemonica.

Rispetto alla prima società Bonaccini e Schlein si pongono come i rappresentanti di una delle sue due anime interne, quella industriale-commerciale, è il caso di Bonaccini, e quella culturale-sociale, vale a dire la Schlein.

Bonaccini rappresenta gli interessi della manifattura avanzata che ispira il modello economico dell’ EmiliaRomagna. Si tratta di un mondo socioeconomico che riunisce operai specializzati (che non sono più i Cipputi degli anni ’70, ma tecnici ad alta specializzazione), manager e  imprenditori di aziende con un knowhow avanzato e orientate all’ export.

Schlein rappresenta invece la nuova classe media dei giovani istruiti, i lavoratori dell’economia creativa, della comunicazione e dello smart working. Persone che si concentrano nelle grandi e medie città soprattutto del centro-nord, nei quartieri della gentrification o proprio in collina. Sono i figli ventenni dei cinquantenni che scelgono Bonaccini, ma sono anche quelli che, con dieci o quindici anni in più e la laurea in scienze internazionali o della comunicazione, “sono come me, ma si sentono meglio”.

Questi due pezzi di prima società costituiscono uno strato relativamente benestante tra alta classe operaia e classe medioalta borghese che è stato tradizionalmente parte della base dei partiti socialdemocratici europei. Tuttavia oggi esso si colloca più come un pezzo di una coalizione più ampia di classi popolari che comprenda anche la fascia dei più poveri e marginalizzati economicamente, socialmente e, all’occasione, anche geograficamente.

A rimanere fuori dalla coalizione resta comunque una fetta di seconda società (la terza società?) che pare essere quella dei non integrati. Si tratta di un pezzo di società che votava 5*, prima che Di Maio e gli altri poltronisti assassinassero il Movimento, che adesso vota Lega (molto meno FdI che è più un partito  borghese dalle tonalità fascioclericali) o, infine, che molto più spesso non vota.

In ogni caso, che vinca Bonaccini o che vinca Schlein (salvo che gli “amici di Giorgia” vengano mandati in massa a votare Elly solo per sparigliare ulteriormente le carte, ma forse a destra converrà puntare sull’effetto divano), non si sanerà la frattura tra prima e seconda società che è il vero problema esistenziale della sinistra “Thanos” italiana.

È anche per queste ragioni che domenica lascerò che questa cosa delle primarie se la vedano tra loro.

Come è giusto che sia.

🌹🏴‍☠️

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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