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L’economia di guerra spiegata facile (più o meno)

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Oggi le contraddizioni del capitalismo appaiono più evidenti che mai

La globalizzazione e la finanziarizzazione dell’economia sono l’esito di un processo involutivo e mefitico che crea, nel tentativo di replicarsi “nunc et semper”, un senso comune reazionario che vuole imporre un modello universale di stampo sempre più predatorio come unico mondo possibile.

La recente chiamata alle armi che sembra pervadere gran parte dell’establishment europeo di fronte all’ipotesi di una vittoria russa in Ucraina “ha molto a che fare con la volontà di costruire un progetto politico, a destra come in larghe fasce del progressismo, destinato ad abbandonare la costosa e complessa questione sociale a vantaggio di una riscoperta dei nazionalismi. In questo senso si assiste persino allo scontro fra due tipologie di nazionalismo, di destra e progressista, che, con tutte le dovute differenze, paiono riportare in vita il dibattito fra interventisti di destra e interventisti democratici nato con lo scoppio della prima guerra mondiale” (cit. Alessandro Volpi).

All’armi siam capitalisti!

L’attuale deriva interventista sembrerebbe paradossale nel suo essere al contempo globale e nazionalista, ma si spiega facilmente con la visione economica dominata dalla finanza. E la finanza ha bisogno di continue bolle in grado di generare facili ondate speculative.

L’economia di guerra può dar vita ad una colossale bolla speculativa anche senza la guerra stessa. In estrema sintesi il ricorso al tema del nazionalismo fa dimenticare i trasferimenti verso Sanità, Scuola e Trasporti pubblici. Gli Stati favoriscono gli investimenti pubblici nel settore del riarmo con la conseguente impennata dei titoli di società private impegnate nel settore dei conflitti e partecipate, guarda un po’, dai fondi speculativi.

Stiamo vivendo un periodo di restaurazione in cui l’ideologia prima e la propaganda poi non possono che essere quelle delle classi dominanti. Nel leggere le loro ricostruzioni, sembra che la “violenza” sia stata introdotta da chi ha alzato la voce per dissentire in un mondo in cui regnavano pace, giustizia e armonia.

Che cos’è il genio?

Nazionalismi e “war economy” sono le risposte, mefistofeliche e perverse nella loro genialità, del capitalismo nella sua fase attuale. Accanto alla deindustrializzazione e alla precarizzazione di settori non tradizionali e sempre più ampi della società – in una parola, il neoliberismo – tutti questi fenomeni possono essere letti come l’assalto decisivo all’impianto egualitario minimo introdotto dalle politiche keynesiane. O credete davvero che sarà la caduta tendenziale del saggio di profitto a far crollare baracca e burattini?

Un economista troppo in fretta dimenticato, Michał Kalecki, in una parentesi di indagine sociale prima ancora che economica, sosteneva che i capitalisti, messi di fronte alla scelta tra capitale e potere, scelgono sempre il potere. Era più o meno il 1943 e qualcuno li aveva già sgamati.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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