C’è una logica nell’armocromia di Meloni.
Rispetto a tutti i governi precedenti, quello attuale ha una particolarità unica. Per la prima volta, come ha recentemente osservato Gianni Cuperlo, <>.
C’è un’eredità culturale pesantissima nel nostro Paese che arriva dal berlusconismo e transita per il momento naif del Girasagre al Papeete Beach. È quel cercare, a destra, qualcosa che vada oltre il merito delle proposte e persino al di là del posizionamento delle singole sigle: è il redivivo mito dell’uomo forte al comando.
L’impressione è che su questo terreno FdI voglia furbescamente sfruttare il tema dell’egemonia culturale non tanto “cooptando” Dante Alighieri nel partito del populismo reazionario attraverso il ricorso alle scempiaggini ideologiche del ministro Sangiuliano, quanto cercando in un diverso assetto dello Stato e dell’equilibrio tra poteri la legittimazione che da Piazzale Loreto ad oggi l’estrema destra non ha mai ottenuto.
Se di questo si tratta, è chiaro allora che la sequenza di gaffe e provocazioni disseminate negli ultimi mesi da ‘Gnazio Benito La Russa – valga per tutte la “banda di pensionati” in via Rasella – dal ministro cognato – la sostituzione etnica – e dall’ “ideologo” Sangiuliano – Dante padre della destra – erano solo prove generali di archiviazione della Repubblica fondata sull’antifascismo.
Enrico Rossi scriveva ieri che <
Del resto, se Bonaccini non molto tempo addietro sosteneva che Meloni non è fascista, allora può anche essere verosimile che passi l’idea che i “padri costituenti” di FdI non siano gli eredi dell’identità contro la quale la Costituzione è stata conquistata e scritta.
Di questo passo ci toccherà pensare non senza rimpianto all’estate 2019 e ai bagni di folla sbronza di mojito mentre in console un guitto chiedeva “i pieni poteri”.
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