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Chiamano riforma quello che è una ritirata. Pensioni, sanità, scuola: lo Stato si sfila e il privato te lo infila. Peccato che privatizzare non significhi solo tagliare una spesa, ma trasformare un diritto in un prodotto finanziario. La pensione diventa un fondo, la salute una polizza, il futuro un titolo che si scambia in borsa.

Marx lo chiamava capitale fittizio: carta che promette rendimenti futuri senza che dietro ci sia produzione reale corrispondente. Il neoliberismo l’ha venduto come libertà di scelta, ma è solo il rischio scaricato dalle spalle collettive alle tue. Siamo i trapezisti che si esibiscono senza rete nel circo del Capitale. Il problema è che questa scommessa ha bisogno di mercati sempre euforici, sempre in crescita, capaci di reggere l’inflazione e assorbire gli shock.

E qui arriva il primo merdone: siamo dentro una bolla enorme costruita sull’intelligenza artificiale, che si tiene in piedi solo grazie a un fiume di liquidità e a una quantità di energia che il pianeta semplicemente non ha. Il risparmio globale che alimenta questi investimenti si sta assottigliando perché gran parte del mondo produce sempre meno valore reale, e prima o poi anche le società dell’AI dovranno mostrare utili veri, non solo promesse. Il collo di bottiglia è materiale, non finanziario: i data center bevono energia a un ritmo incompatibile con i consumi ordinari delle società occidentali. Il capitale può inventarsi tutte le fughe in avanti che vuole, ma l’energia non si finanziarizza, si consuma.

Seconda cacca, quella geopolitica: Hormuz, Bab el Mandeb, la dipendenza dal GNL, le tensioni su Suez e Malacca, le sanzioni che si moltiplicano. Tutto questo fa salire il prezzo dell’energia. Prezzo dell’energia più alto significa inflazione e inflazione significa tassi più alti. Keynes ve l’aveva spiegato bene al primo anno di Economia: quando il costo del denaro sale, gli investimenti frenano, e chi si è indebitato per costruire castelli tecnologici si ritrova con utili più bassi e debito più oneroso.

Terzo: il riarmo. L’idea era che la spesa militare avrebbe fatto da moltiplicatore keynesiano, che lo Stato armato sarebbe stato lo Stato che rilancia. Ma gli Stati arrivano a questo appuntamento già indebitati fino al collo. Con i tassi più alti ogni euro di bilancio destinato ai cannoni è un euro tolto a tutto il resto, welfare compreso. Non è più il “burro o cannoni” che ritorna nella retorica guerrafondaia di Bomberleyen, nell’atlantismo servile di Rutte e nel procedere accazzodicane di Gioggia, ma è debito su debito, con la differenza che il debito per il welfare veniva almeno redistribuito, quello per il riarmo si chiama “sistema d’arma a medio raggio”.

E infine il dollaro. Un debito Usa ormai fuori scala, una moneta che perde pezzi della sua credibilità come riserva di valore facendo venire meno anche l’ultimo tassello che rendeva sensato l’intero impianto, ovvero l’idea che esistessero asset “sicuri” su cui costruire fondi pensione e polizze sanitarie con qualche garanzia reale. Tolto quel pilastro, tutto il resto è “come film di orrore” (cit).

Quindi no liberalotti miei, i mercati non sono in grado di sostituire lo Stato sociale, nemmeno quello sgangherato e classista che conosciamo. Chi ha deciso di scommettere pensioni, sanità e istruzione su questo castello di sabbia – politici, banchieri centrali, manager dei fondi – lo sa benissimo. La trama è sempre la stessa: il rischio lo pagheremo noi, i profitti li incasseranno loro.

Nessuna morale in fondo al tunnel, solo il cetriolo che arriverà.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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