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La convocazione

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Non molte estati or sono il Girasagre in versione dj invocava, tra una sisa e un mojito, i pieni poteri. Oggi su tutti i giornali, come fosse un fatto normale, leggiamo che Meloni “convoca” gli esponenti dell’opposizione per discutere di salario minimo.

Se da un lato, quello tragicomico, l’iniziativa della premier può essere letta come la conseguenza di un successo personale di Filüra Fassino nell’aver fissato a 4718 Euro la cifra del salario minimo, dall’altro è assolutamente inusuale che la capa di un governo si riservi il diritto di convocare a Palazzo Chigi i leader dei partiti che non la sostengono.

Molto probabilmente la mia è cattiva memoria, ma non ricordo un’iniziativa del genere nella storia della Repubblica. Tuttavia va da sé che, come ha sostenuto più di una voce in questi giorni, il luogo naturale di confronto tra maggioranza e opposizione non sia il Palazzo, ma il Parlamento.

È pur vero che discutere di salario minimo è un fatto indubbiamente positivo, ma non è privo di significato che lo si faccia su convocazione di Meloni. Vado ancora a memoria, ma in una democrazia parlamentare, e la nostra lo è sempre meno, a convocare il governo è il Parlamento e non il contrario.

Ancora una volta l’opposizione dimostra come sia difficile ottenere risultati nel merito, se si cede sul metodo. Del resto, dopo che Letta, Bonaccini e Monti hanno definito Meloni capace, non c’è da stupirsi se i sedicenti paladini della sinistra stentano tanticchio ogniqualvolta si tratti di ripensare il paradigma che ci ha condotto al tempo presente.

Come se ciò non bastasse, oltre a farsi dettare l’agenda sul salario minimo, l’opposizione si è fatta trovare impreparata al contropiede di Meloni anche sul tema degli extraprofitti.

Il governo ha ragione: i profitti delle banche ( e non solo quelli) vanno tassati. Non sto certo a commentare i motivi di opportunismo/consenso che spingono la destra “sociale” e paraculissima in questa direzione, ma mi limito ad osservare che dopo anni passati a venerare il “dio” mercato e il suo figliolo bastardo, il profitto, è difficile anche solo concepire, a destra come a sinistra,  qualcosa di diverso che possa intralciare il cammino verso il divario crescente tra concentrazione di ricchezza e diffusione della povertà.

Due sono le considerazioni alla portata del medioman con una certa propensione all’informazione: la prima è che a sinistra abbondano i liberalotti che pontificano dal pergolato dell’agio divenuto privilegio di cose che non sanno, credendosi il Che. La seconda è che proprio le banche esercitano una certa influenza sugli “arrivati” della gauche caviar e sui politici a fine mandato attraverso l’elargizione di posizioni nei consigli di amministrazione. Continuando con questo abbrivio, presto all’opposizione toccherà inseguire Meloni pure sulla riscrittura della matrice stragista di Bologna.

Comunque vada quest’estate agli italiani tra benzina alle stelle e salassi vacanzieri, in autunno il governo non avrà più tante carte da giocarsi nel fingere che tutto vada bene. La domanda è: chi andrà a vedere il bluff?

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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