Quella che abbiamo davanti agli occhi è la crisi sistemica della democrazia liberale. La depoliticizzazione delle masse e la concentrazione di potere nelle mani delle élite hanno generato una frammentazione sociale difficilmente recuperabile.
La nostra sponda del fiume è ormai abitata da persone stanche, sfruttate, sempre più povere, precarie, distratte, isolate. Viviamo in prima persona l’assenza di immaginari alternativi credibili. Non siamo più capaci di ribellarci perché la ribellione stessa è diventata una questione di estetica. La nostra partecipazione è spesso un brand morale che indossiamo per sentirci dalla parte dei giusti senza mettere in discussione i nostri sempre più ridotti privilegi. Il risultato è che non ci sono più grandi ideali o grandi aspirazioni.
Il benessere materiale che ha “tirato” fino agli anni ’90 ci ha anestetizzato impedendo al dolore di chi non ce la faceva a stare al passo di fare breccia dentro le nostre comfort zone. Con il consumismo inutile abbiamo sperato di appagare l’inquietudine derivante dal sentirci soli in mezzo agli altri.
Sull’altra riva ci sono loro, i ricchi e i loro lacchè. Sono sereni, organizzati e metodici. Non hanno mai smesso di combattere. E lo fanno senza chiedere permesso a nessuno. La loro tattica è semplice quanto efficace: far credere a tutti che la lotta di classe sia roba vecchia, volgare, inutile. Il pensiero dominante è quello di un capitale rapace che ha messo alla guida degli Stati un personale politico a dir poco indecente.
Nel mercato globale delle opinioni senza sostanza l’unica cura efficace sarebbe quella di mettere in discussione il modello di sviluppo cinico e predatorio riportando al centro le persone.
Non sto ad elencare tutti i motivi per i quali, considerando i bei momenti che le metastasi del capitalismo occidentale ci stanno regalando, preferisco la laicità strategica di Xi all’ideologia messianica del bancarottiere Trump e dei suoi amici teocon invasati.
Con tutti i miei limiti culturali, a me pare che la discriminante sia la seguente: Xi è indubbiamente un cinico, ma è anche un laico di formazione, perdonatemi l’iperbole, confuciano-marxista. La sua vision non ha nessuna pretesa di “salvare il mondo”, quel che conta è l’interesse nazionale che subordina il mercato allo Stato.
Al contrario, il blocco trumpiano-teocon è intriso di eccezionalismo morale, di narrazione apocalittica binaria – tutto il bene da una parte e tutto il male dall’altra – che implica il ricorso alla saldatura tra geopolica e religione. In questo contesto gli USA appaiono imprevedibili, aggressivi e assai meno razionali come attori sistemici. In pratica usano lo slogan MAGA per guerre commerciali apparentemente reattive, non strategiche. Il livello della comunicazione è quello del bullo rionale che si scambia i fluidi corporei con il predicatore messianico: concetti basici e Dio a sovrintendere.
In realtà, la forza sbandierata serve a tenere buono l’elettorato basic style almeno fino alle elezioni di midterm e, allo stesso tempo, a dissimulare le criticità strutturali dell’economia statunitense.
La scelta dei dazi e il tentativo di reindustrializzare gli Usa con uno schiocco di dita non stanno procedendo così bene. Inoltre il debito federale incombe come la mezzanotte per Cenerentola e l’unica operazione che sembra funzionare davvero è il drenaggio di risparmi e fondi pensione degli europei a vantaggio di BlackRock e degli altri fondi di investimento made in USA.
Ma ancora non basta. E così la guerra finanziaria diventa guerra militare per la conquista delle risorse, per la riconquista del primato energetico e per l’imposizione al resto del mondo del pagamento della profonda crisi americana: una strategia che può mettere d’accordo le due anime del capitalismo finanziario, quella tecno-oligarchica (Thiel) e quella capitalista manageriale globale (Fink), e che può pure soddisfare il complesso militare-industriale.
Spoilerone: non c’è nessun “crollo imminente” da attendere, nessuna presa di coscienza collettiva all’orizzonte. Il sistema non sta morendo: sta funzionando esattamente come deve. Produce competizione, paura, solitudine e adattamento. Siamo noi sfigati a chiamarlo declino, ma solo perché lo subiamo.
Non siamo stati sconfitti in battaglia, perché la battaglia non c’è mai stata. Non esiste un “noi” in grado di agire, ma solo individui che, come me, razionalizzano la propria irrilevanza aumentando la dose dei captatori della serotonina.
Nel frattempo, la politica è stata ridotta a commento senza costrutto, il conflitto sociale a contenuto social, la rabbia a tifo da curva sud. Tutto è stato metabolizzato, neutralizzato, reso innocuo.
La verità è che nessuno verrà a salvarci, e non perché i salvatori siano cattivi o corrotti, ma perché non c’è più nulla da salvare in una società che ha smesso di desiderare qualcosa di diverso dalla propria sopravvivenza amministrata da terzi.
Il resto è rumore di fondo. Talvolta sono bombe.
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