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La fine è il principio

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Partiamo dalla fine.

La manovra è passata. Restrittiva, anemica, rachitica, la più povera da anni, ma con un talento straordinario: nutrire sempre gli stessi. Amici degli amici, lobby, abbonati allo strapuntino.

È passata con la fiducia.

Ancora. Sempre.

Come se il Parlamento ormai fosse solo un fastidioso intermezzo tra una diretta social e un decreto.

E pensare che quando stava all’opposizione, #donnamadrecristianavittima urlava come una posseduta se qualcuno osava mettere la fiducia anche solo sul regolamento del calcetto aziendale.

È stato un anno demmerda, ma non serviva essere Paolo Fox per sapere come sarebbe andata.

Gioggia e il suo pattuglione di amici e parenti hanno un gradimento praticamente immutato. Nonostante le uscite di Bocchino, Lollocoso, Galeazzo, il pistolero Delmastro, Donzelli, Montaruli, Giuli. E stiamo parlando dei migliori!

Certo, controllare quasi tutte le TV, oltre il 60% della carta stampata e dominare i social con fake news e odio (primato europeo, lo dice Amnesty International) un pochetto aiuta.

Ma il problema è un altro.

Siamo un popolo che pende dalle labbra di Corona così come è attratto dai fremiti nella mutanda di Signorini.

Che ha come maitre a penser Cruciani.

Che scrive “amen” e condivide.

Che si fa i video mentre stupra.

Che se una famiglia di sciroccati caga nel bosco è libertà, ma se lo fa un nero va processato per direttissima.

Che fa la raccolta fondi per il gioielliere killer.

Che non legge: il 70% zero libri in un anno.

Che è ultimo in Europa per numero di laureati.

E poi ci stupiamo se ggente così vota accazzodicane?

E allora c’è da chiederselo senza tanti giri di parole: perché oggi sono i peggiori a comandare? Non i più competenti, non i più responsabili, ma i più ignoranti, i più spregiudicati, i più impermeabili al dubbio, i più grezzi e gretti?

Oh, non è che manchino le persone capaci. È che il sistema premia altro. Premia chi semplifica fino a deformare, chi promette senza pagare pegno, chi trasforma ogni problema complesso in uno slogan digeribile, ma che non risolve. Governare, oggi, non significa capire: significa fare propaganda.

In un siffatto contesto è naturale che i peggiori arrivino in alto, perché non hanno freni. Non avendo limiti, superare la barriera della vergogna  per loro è un attimo. Non conoscendo il peso delle conseguenze, non esitano.

C’è poi un altro aspetto, forse il più scomodo da riconoscere: li scegliamo noi. E li scegliamo perché ci rassicurano. Perché ci dicono che la colpa è sempre di qualcun altro. I peggiori comandano perché sono lo specchio delle nostre scorciatoie morali.

C’è chi dice che vi sono stati momenti in passato in cui il potere, quando non è stato autoritario, ha cercato di essere autorevole. Oggi invece è alla spasmodica ricerca di visibilità. E la visibilità non premia la profondità, ma l’eccesso. Non gratifica il pensiero ponderato, ma la reazione istantanea.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: decisioni miopi, leadership fragili, classi dirigenti che confondono il consenso con la verità. Non è solo una crisi politica, è una crisi culturale che diventa sistemica.

Decisioni prese di pancia (o col culo), annunciate come svolte storiche e poi ridimensionate, corrette, smentite. Una politica che vive di like comprati a pacchetti più che di atti e di nemici evocati più che di problemi risolti.

A fine anno il resoconto è triste perché è prevedibile.

Così, mentre il Paese si muove sempre più lentamente, stretto tra inflazione, lavoro sempre più precario, giovani in fuga e Stato Sociale annichilito dall’avidità dei privati, il governo sembra più impegnato a recitare un’identità che a esercitare una funzione. Infatti governa come si governa un profilo social: messaggi brevi, toni duri alternati a vittimismo e zero complessità.

L’importante non è fare bene, ma apparire coerenti davanti ad un pubblico altrettanto debole nei contenuti. Il problema è che lo Stato non è una curva di engagement. E a fine anno, per chi ha voglia di farsi del male,  lo si scopre sempre: nei numeri che non tornano, nelle riforme rimandate, nei dossier lasciati a metà e negli abiti della madama Garnero.

Questo governo non crolla, consuma. Consuma tempo, credibilità, energia. Non produce disastri spettacolari, ma logoramento. Ed è forse peggio, perché il logoramento abitua. Fa sembrare normale l’incompetenza e inevitabile la mediocrità.

Il resoconto, allora, è cinico perché onesto: i peggiori non tradiscono grandi visioni semplicemente perché non ne hanno. Sono la conferma che quando il potere premia chi urla più forte, chi divide meglio e chi sa meno e ne va fiero, il risultato è questo.

Un Paese fermo che viene raccontato come se stesse correndo. E un anno che finisce senza essere nemmeno iniziato.

Vabbè.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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