C’è una cosa che la destra italiana sa fare meglio di chiunque altro: autoproclamarsi invincibile e, allo stesso tempo, dipingersi come perseguitata. Una doppia identità politica che neanche Bruce Wayne nei suoi giorni migliori. Questa settimana è arrivata puntuale una nuova puntata della saga: la variante “Matty all’attacco di Giorgia”, un must per gli analfaby cresciuti a pane e Amici di Maria.
Tutto nasce da un articolo del quotidiano di Sherlock Holmes Belpietro che insinua nientemeno che nel Paesello stia prendendo forma “IL GOMBLODDO”. In pratica al Quirinale sarebbe in atto uno sviluppo di trame, manovre segrete e frasi sussurrate nei corridoi sulla possibilità di non concedere il bis ai piùmeglioassai nel 2027 o addirittura di farli capitombolare prima.
A questo punto il noto giannizzero meloniano Bignami, non esattamente quel compendio di furbizia che suggerirebbe il cognome, parte in quarta e subito accende la sirena del “vogliono fermare la nostra Giorgia!”.
Perché se c’è una cosa che non può mai mancare nel copione dei destropitechi è la narrazione del martirio permanente. Ogni critica è una pugnalata. Ogni sospetto è un golpe. Ogni consigliere del Colle è una specie di Rasputin con l’agenda di Mao nascosta sotto il mantello.
E funziona benissimo. Perché il vittimismo, nella politica di oggi, è la vera super arma: non richiede alcuna prova né logica. E non richiede neppure che i fatti esistano davvero. Basta evocare un complotto, vago e senza prove provate, che immediatamente si crea un cerchio magico di fedeli pronti a difendere la leader dall’attacco delle “élite progressiste”, dei “poteri forti”, del “Deep State”, dei “gufi”, degli “intellettuali snob”, dei “funzionari ostili”, dei “giornaloni”, dei “migranti in combutta con i sinistri rosiconi” e sapete anche di chi? Di ‘sto cazzo.
C’è un aspetto veramente ironico, a parte la battuta volgare e scontata: questa maggioranza ha numeri da schiacciasassi, un livello di controllo parlamentare e una popolarità personale da fare invidia a Putin. Tuttavia si presenta sempre e comunque come l’ultima roccaforte assediata da orde di nemici e traditori. Se non lo vedi, sei tu che non capisci. O sei parte del complotto.
Ma come tutte le storie, anche questa trova il suo epilogo e il momento è davvero surreale: il Quirinale — un’istituzione che di solito parla poco, lentamente e proprio solo quando deve — questa volta perde l’aplomb e risponde secco: “Questo è ridicolo”. E qua la cosa diventa irresistibile: perché quando anche il Colle deve specificare che una teoria è “ridicola”, allora siamo ufficialmente entrati nel regno della politicizzazione delle puttanate a ciclo continuo.
Il punto, per chi ha letto qualcosa in merito, non è nemmeno capire se il Consigliere Garofani abbia davvero pronunciato quelle frasi (se lo ha fatto, a me sono sembrate indirizzate più aIla poverina Schlein che a Regina Giorgia). Il punto è come tutto sia diventato immediatamente munizionamento narrativo per la destra.
Meloni e il suo esercito personale non perdono mai l’occasione per alimentare l’idea che ci siano forze misteriose che vogliono disarcionarli, anche se non si capisce bene chi, come, quando o perché. È questo un vero paradosso, se consideriamo il fatto che gli scappati di casa più potere accumulano, più devono far credere di essere sotto attacco.
È, in pratica, l’energia rinnovabile del melonismo: la vittimizzazione permanente. Sempre disponibile, sempre conveniente, a zero costi e a massimo rendimento emotivo.
La verità invece, quella politica e non quella di un giornale che ha la stessa credibilità di Rocco Siffredi che si fa prete, è semplice: un governo che si percepisce forte non ha bisogno di gridare al lupo ogni santo giorno. Un governo che inizia a temere fratture, tensioni e sondaggi sì.
Il vittimismo non è solo una tecnica narrativa: è un sedativo di massa. E quando la realtà diventa scomoda e la merda viene a galla, magari da un cesso dorato come in Ucraina, la storia del complotto torna sempre utile.
🌹🏴☠️

