Saluti da Milano
Quando si parla di fascismo, c’è sempre qualcuno che riduce tutto a una cartolina sbiadita: lo yoyo di Piazzale Loreto, il documentario sull’eroismo della X MAS -quando non si univa ai massacri dei nazi in ritirata – e i pronipoti scrausi del Ventennio che oggi giocano alla nostalgia. Come se il fascismo fosse un fenomeno archeologico, roba da museo, da tirare fuori giusto quando si litiga su Facebook o Twitter.
Il guaio è che questa lettura da souvenir è comodissima, perché evita di guardare l’unica cosa che davvero conta. Il fascismo non è una maschera teatrale. È un modo di stare al mondo. Ed è un modo che torna ciclicamente, soprattutto quando la gente smette di riconoscerne l’odore.
Il fascismo non è folclore: è un modello sociale
Il fascismo è – storicamente, politicamente, strutturalmente – disprezzo dei lavoratori. È la convinzione che la gente “di sotto” debba stare al suo posto, mentre chi comanda decide per tutti. È il culto del padrone, del capo, dell’uomo forte. È la convinzione che i diritti siano un capriccio e che la dignità sia un lusso.
È la logica che ti dice: se sei povero è colpa tua; se protesti sei un sovversivo; se chiedi salario e tutele sei un nemico da ridicolizzare.
Capito perché è importante riflettere sul “pragmatismo” liberale, molto di moda in questi tempi di concentrazione della ricchezza e alienazione dei diritti fondamentali, indicandone il ruolo di ossatura del fascismo, così come la piccola borghesia ne è stata la massa di di manovra più o meno consapevole?
Il fascismo, come dicevano per vie diverse sia Gramsci che Gobetti, non è una “frattura” del liberalismo italiano, bensì la sua degenerazione interna coerente. E infatti, guarda caso, chi oggi si riempie la bocca di “merito”, “ordine”, “tradizione”, è sempre lo stesso che smonta pezzo per pezzo tutto ciò che rende la vita di un lavoratore appena meno dura.
Il disprezzo dei lavoratori e la riverenza per i padroni
Perché il fascismo contemporaneo non si presenta più con manganello e olio di ricino: arriva con conferenze stampa eleganti, talk show, grafica ben fatta sui social. Ti sorride mentre ti toglie i diritti, ti dà pacche paternalistiche sulla spalla, ma nel frattempo spalanca la porta alla parte peggiore del padronato, quella che sogna di tornare ai tempi in cui il dipendente era solo una voce di costo da comprimere.
Il punto, però, è che una parte del Paese continua a votare i propri carnefici. Forse perché è più facile credere al racconto eroico del “noi contro gli invasori”, al teatrino del “prima gli italiani”, al folklore delle radici, della patria e dei confini. È un diversivo perfetto: mentre guardi il dito dell’identità, ti tolgono la luna dei diritti.
E allora sì: quando si parla di fascismo, smettiamola di inseguire le ombre del passato. Guardiamo ciò che abbiamo davanti: un sistema politico che disprezza i lavoratori in nome dell’obbedienza e della gerarchia. Una cultura che si inginocchia davanti ai padroni e ride delle fragilità di chi manda avanti il Paese. Tutto il resto, le pose, le simbologie, le nostalgie da quattro soldi, non è che coreografia.
I partigiani da tastierino
Gli sfoghi sui social possono servire a lenire un poco il disagio, ma di sicuro non servono a fare rete. Infatti tra i tanti paradossi del presente, uno è scrivere su piattaforme di proprietà di riccastri che vedono il mondo solo in termini di pollici, faccine e sbembli che il dissing virtuale procura loro.
Un’altra “singolarità” è quella che attraversa l’Italia del nuovo millennio, un filo rosso che unisce Berlusconi a Draghi, Renzi a Monti, Letta a Meloni: la trasformazione di ogni promessa di “rivoluzione liberale” in una restaurazione oligarchica. Bene. E allora, se non siete fan del profitto “whatever It takes”, vi sarete resi conto che trent’anni e rotti di liberismo, moderatismo e centrismo tecnocratico hanno partorito un Paese dove chi lavora paga tutto, e chi vive di rendita non paga nulla.
Lo stagno della politica
Nel suddetto paradosso sguazzano come paperotti non solo Giorgia e il governo degli scappati di casa, ma anche gli ex comu pentiti di stampo dalemiano, gli intellettuali bellicisti con la pashmina, i giornalisti da lecca delle testate padronali e i socialisti con l’attico nelle ZTL. Questa è la “bella” gente della rive gauche che campa per cooptazione nel blocco monocolore che governa il Paese e che, appena può, butta dentro i figli. Oggi sono i meri esecutori – con il sussiego da notabili di corte – dei potentati speculativi, ma in precedenza lo sono stati di quelli industriali e poi finanziari.
Sic et simpliciter
Il mio pensiero è sicuramente basico, ma proprio un quanto tale, mi ritrovo a scrivere anche nei cessi dell’autogrill: “mai come di questi tempi avremmo bisogno di socialismo, perché di riformismo si muore”. E avremmo bisogno di una dialettica politica anche forte, fondata su partiti strutturati, radicati e radicali, in grado di elaborare idee, non di macchine di pura propaganda.
Invece il fascismo vero è quello che lavora sotto traccia, giorno dopo giorno. E il suo volto più pericoloso è proprio quello che nessuno vuole vedere.
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