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Il crepuscolo dell’Occidente

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La perdita di credibilità

Da almeno quarant’anni l’Occidente vive di rendita. Si è infatti fatto persuaso che il prestigio conquistato nel dopoguerra sia una sorta di patrimonio spirituale che non richiede manutenzione, come se bastasse evocare i “valori democratici” e sbandierare un po’ di diritti civili e antifascismo con le Birkenstock per tenere insieme un mondo che nel frattempo è cambiato profondamente.

Oggi quella credibilità è erosa, e non per colpa di misteriose campagne di disinformazione, della guerra ibrida dei putiniani, della coglionaggine di gente che si tatua tridenti credendosi Aquaman o di ballerine che si vendono a qualsiasi babbione USA pur di continuare a fare in Italia da ufficio di collocamento per parenti asini e amici nostalgici. No gente, niente di tutto questo.

Le nostre belle società liberali stanno andando a puttane per contraddizioni interne, incoerenze strategiche e un’incapacità strutturale di leggere il nuovo equilibrio globale.

La liberaldemocrazia occidentale ha fatto del moralismo un rifugio. Ogni intervento politico, ogni pressione economica, ogni guerra viene giustificata come “difesa dell’ordine liberale internazionale”, un’espressione che suona ormai come un mantra che provoca in chi non è propriamente allineato un fastidioso prurito ai coglioni.

Il problema è che, mentre l’Occidente parla di diritti, poi pratica doppi standard talmente evidenti da rendere necessario il ricorso a immersioni ripetute dell’apparato pallare in soluzioni di bicarbonato e avena. Come curare diversamente la reazione allergica a sanzioni selettive, alleanze con regimi incompatibili con la democrazia, fialette del “dottor” Powell, interventi militari fallimentari e, buone ultime, le crisi interne che mostrano un sistema paralizzato da conflitti sociali, polarizzazione e élite politiche sempre più autoreferenziali?

Persino la capacità industriale, uno dei pilastri del modello occidentale, è stata sacrificata in nome della globalizzazione finanziaria. La “novità” introdotta con il modello TINA (There Is No Alternative) e con la versione italica del berlusconismo è stata la  progressiva pecorizzazione della politica alla Restaurazione neoliberale e la successiva finanziarizzazione di ogni aspetto dell’esistente. Se mai vi è stato un tempo in cui la politica ha coordinato e diretto l’economia delle nazioni, ispirandosi a qualche modello di redistribuzione, sicuramente non è oggi. Risultato: dipendenza tecnologica, declino produttivo e stagnazione sociale.

Il “resto del mondo” non è più spettatore

Mentre l’Occidente si guarda allo specchio piacendosi ancora un botto, il cosiddetto Est/Sud globale si muove in fretta. Non più periferia, non più semplice mercato di sbocco, oggi è divenuto un soggetto produttivo e politico autonomo. La Cina ha costruito infrastrutture, catene industriali, potere finanziario e capacità negoziale. L’India rivendica uno status da grande potenza senza sottostare alle logiche euroamericane. Medio Oriente,  Africa e America Latina sperimentano, quando riescono, un grado di autonomia strategica mai visto dal dopoguerra.

Questi Paesi non stanno abbracciando il modello cinese né tantomeno importando quello occidentale: stanno creando un pluralismo geopolitico reale, con alleanze variabili e priorità locali.

La novità è che non hanno più paura di dire no. No alle pressioni, no alle sanzioni, no ai diktat morali mascherati da cooperazione. E possono farlo perché dietro c’è una realtà semplice: l’economia del XXI secolo non ruota più attorno all’Atlantico.

Occidente: potenza ancora enorme, ma non più unica

Nonostante il declino, Stati Uniti ed Europa restano forti. Ma il punto è un altro: la loro capacità di plasmare il sistema internazionale non è più garantita. Il potere ora è condiviso, contestato e negoziato, e richiede un linguaggio razionale, non i predicozzi ideologici alla Vecchioni.

In questo nuovo mondo multipolare, i Paesi dell’Est e del Sud hanno un vantaggio decisivo: non devono difendere un ordine che non hanno costruito; possono inventarne uno nuovo, più adatto ai loro interessi.

È l’eterno dissidio tra moderni e antimoderni, quello che nel secolo scorso Max Weber aveva definito la “Guerra degli dèi”, un conflitto impossibile da risolvere, conseguenza dell’evoluzione delle nostre società, nelle quali non esiste più un’autorità in grado di emettere sentenze accettabili per tutti.

In conclusione, il tempo dei segoni egoriferiti è finito. L’Occidente non ha perso credibilità perché “gli altri non capiscono la democrazia”, ma perché ha smesso di essere coerente con ciò che predica. E il resto del mondo non aspira più a emularlo: vuole un posto al tavolo, non ai margini.

Così, mentre Washington e Bruxelles insistono con un lessico che sembra uscito dagli anni ’80, Pechino, Nuova Delhi e decine di capitali del Sud globale parlano la lingua della geoeconomia, della connettività e dell’autonomia strategica.

Io non so se il mondo che annaspa nelle sue deiezioni sia in grado di ascoltare chi porta progetti alternativi. Quel che so è che c’è una larga parte di umanità laica e dolente che è stufa di chi fa sermoni, del clero del totalitarismo educato, quello con il tailleur di sartoria e la camicia stirata dalla filippina. Mentre tu che ti difendi ogni giorno che il loro dio manda in terra da quisquilie liberali come inflazione galoppante, sfruttamento, precarietà e privatizzazioni a manetta devi pure ringraziare, perché “almeno non sei in Russia”.

Che culo.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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