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Il capolavoro dell’inganno

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“La sottile linea rossa”

C’è una linea sottilissima, inventata di sana pianta, che il capitale spaccia da decenni come verità rivelata: l’idea che ogni forma di conquista sociale, dai nidi pubblici ai salari decenti, sia il preludio all’Armageddon bolscevico. È una narrativa grottesca, eppure efficace, che si è incarnata in forme diverse.

Vediamole.

Le tre immagini di copertina sembrano non avere nulla in comune, se non il fatto di ispirare un po’ di sano sarcasmo domenicale. Invece compongono un trittico perfetto della paura costruita, amplificata e venduta da semplificatori culturali ad un pubblico, ahimè sempre più ampio, di rosiconi e stupidelli.

Carletto Calenda, il Rambo della retorica

È lui, l’ineffabile guerriero pariolino con il tatuaggio di Aquaman e lo sguardo feroce di Sly, anche se sembra uscito da Sturmtruppen. Già qui il corto circuito è completo: il combattente che difende non la patria, ma il simbolo stesso dell’aristocrazia borghese che vive nel paradosso permanente di chi si crede “assediato dal comunismo” mentre fa aperitivo in terrazza a via Mangili.

La fotina perculatoria, perché l’unico modo di prendere Calenda sul serio è irriderlo abbestia, incarna la militarizzazione dell’immaginario: se vuoi il salario minimo, sei ovviamente complice di una sovversione armata. Perché, dove ha casa Calenda, niente è più pericoloso di un popolo che non può essere ricattato tramite l’ansia del futuro.

Il poster della DC

Il secondo pezzo del puzzle è un manifesto storico, un classico del filone “Arrivano i bolscevichi, nascondete i bambini!”. Una madre terrorizzata che abbraccia i figli, mentre sullo sfondo sventolano bandiere rosse come se stesse per arrivare una tempesta di cavallette comuniste. È la rappresentazione plastica della strategia più antica del mondo: “spaventali, poi vendigli protezione”.

Il trend è lo stesso: quando chiedi cure mediche accessibili per tutti, diventi improvvisamente minaccia. Quando osi pretendere che tuo figlio possa andare a scuola senza indebitarti, vieni etichettato come emissario di Mosca. Il modo migliore per impedire l’avanzamento dei diritti sociali è trasformare ogni richiesta legittima in un pericolo esistenziale.

Una Repubblica di nane e ballerine

Infine c’è lei, Giorgia delle Meraviglie. Il balletto da Cuccarini della Garbatella, con la coreografia del manipolo di scappati di casa che si spacciano per istituzioni, riassume alla perfezione il nostro presente: la trasformazione della politica in intrattenimento da Tik Tok. Si fanno i sorrisetti complici, si balla fuori tempo come “Baloo” Tajani, si fa il gesto scenico, mentre la platea applaude convinta di assistere a qualcosa di serio. Nel frattempo il dibattito pubblico non parla più di salari, case, scuole, ospedali. No. Parla di simboli, fantasmi, nemici immaginari.

È la sublimazione in chiave contemporanea del “divide et impera”: distrarre, semplificare, intrattenere. Così nessuno si accorge che la vera dittatura è quella che impedisce di arrivare a fine mese.

E allora le tre immagini non sono legate da un tema ideologico, ma da un meccanismo psicologico: generare paura dei diritti sociali per proteggere chi quei diritti non vuole concederli.

Dalla propaganda anni ’50, al guerriero del quartiere chic, fino al becerume politico in formato social, tutto concorre a un’unica missione: convincere i ceti medio bassi che la giustizia sociale è un lusso pericoloso, un passo verso i mangiatori di bambini, una follia da cui proteggersi come se arrivassero i carri armati.

E invece, la verità è che gli unici carri armati nella vita reale sono quelli delle bollette, degli affitti e dei salari stagnanti.

Ed è proprio questo che rende il nostro presente così amaramente ridicolo: siamo immersi in un mondo in cui chiedere un asilo nido gratuito fa più paura del fatto che mezzo Paese non possa permettersi di fare un figlio. Un mondo in cui la propaganda è diventata più reale della realtà.

Che merdaio. Veramente.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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