Ittica Newsventi di guerra

Dr. Trumplove

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Trump dice che la guerra in Iran finirà in due settimane. Con o senza accordo, precisa, come se la distinzione fosse irrilevante. E forse lo è davvero, perché il punto non è mai stato l’Iran.

Facciamo un passo indietro.

Gli Stati Uniti arrivano a questa guerra con le ossa rotte. Trump ha intrapreso l’ennesima guerra perché la profondità della crisi del paese – con un debito pubblico oltre il 120% del PIL, un dollaro in declino, una strutturale debolezza produttiva e un costante disavanzo commerciale – lo ha convinto che la sola strada praticabile fosse quella dell’imperialismo, basata sulla conquista del monopolio energetico in un mondo drammaticamente dipendente dai combustibili fossili.

Gli Stati Uniti in versione MAGA sono un cappellino con niente sotto. Una base produttiva svuotata da trenta e rotti anni di delocalizzazione benedetta da tutti i governi, democratici e repubblicani, in nome del libero mercato e della catena globale del valore. Un paese che importa più di quanto esporta, che spende più di quanto incassa, che vive a credito da quando Reagan ha deciso che il deficit non era un problema.

In questo contesto, Trump, o chi ragiona per lui “behind the curtain”, ha una sola leva a disposizione: l’energia. Gli USA sono il primo produttore mondiale di petrolio e gas. Il resto del mondo, Europa e Cina in testa, dipende ancora massicciamente dai combustibili fossili importati. Chi controlla i flussi energetici controlla i concorrenti. Non è gomblottismo: è Brzezinski, è Kissinger, è la dottrina Carter riesumata e portata alle estreme conseguenze.

C’è poi il genocida Netanyahu. Per questa merda umana tanto cara ai Marattin nostrani si è trattato di pensare ad un altro massacro solo più in grande. Perché non fare un resort anche a Teheran, avrà pensato questo Le Corbusier degli assassini. Una telefonata all’amico americano per il supporto logistico e si parte. Ma Trump non è stato trascinato controvoglia: ha assecondato una logica che faceva già i conti con la propria.

Il piano A era semplice: colpisci l’Iran abbastanza forte da ristabilire l’egemonia americana nel Golfo, metti in sicurezza Hormuz, ripristina la credibilità del dollaro come valuta di un impero che funziona ancora. Debito e moneta reggono se regge la forza. Non c’è bisogno di scomodare gli economisti.

Peccato che il piano A sia fallito. O meglio, ha funzionato abbastanza da fare danni enormi, ma non abbastanza da produrre una vittoria netta. Trump dice di voler ridurre l’Iran “quasi all’età della pietra”, di voler eliminare ogni capacità nucleare, e poi andarsene. Netanyahu dice che la campagna non è finita e che continuerà fino a schiacciare il regime. Nel frattempo, il prezzo del petrolio è già stabilmente sopra i 110 dollari al barile.

Si passa al piano B.

Se non puoi vincere in modo pulito, fai saltare il tavolo. Una guerra dell’energia prolungata — Hormuz minacciato, Suez instabile, le rotte del Golfo nel caos — e una recessione globale in arrivo. Non per gli Stati Uniti, o almeno non nella stessa misura. l’Europa importa il suo petrolio. La Cina importa il suo petrolio. Il Giappone importa il suo petrolio. Gli Stati Uniti no, o molto meno. Una crisi energetica da guerra colpisce i concorrenti più duramente del Palpatine del fossile.

Marco Rubio dice che gli Stati Uniti dovranno “riesaminare” il valore della Nato, dopo che gli alleati europei si sono rifiutati di mettere a disposizione le loro basi — Sigonella compresa — per le operazioni contro l’Iran. Traduzione per i fan di Gioggia: se non ci servite quando abbiamo bisogno, non vi serviamo quando avete bisogno voi. Trump lo ha detto in modo ancora più diretto: “andate a prendervi il vostro petrolio da soli”.

Questa è la parte che il liberalismo europeo non riesce a elaborare. Ha vissuto ottant’anni sotto l’ombrello americano, convinto che fosse una scelta valoriale. Invece era un contratto. E i contratti si rinegoziano quando una parte non ha più interesse a mantenerli.

Trump ora vuole uscire dalla guerra. Ma uscire non significa necessariamente spegnere l’incendio. Significa scaricare il costo sugli altri, dichiarare vittoria su qualcosa — nucleare iraniano, orgoglio nazionale, discorso alla nazione mercoledì sera — e lasciare che il caos faccia il lavoro sporco che gli F35 non hanno finito. Il vecchio babbione, in questo, è più coerente di quanto sembri. Non è pazzo. È disperato, che è peggio. La differenza tra un pazzo e un disperato è che il pazzo non calcola le conseguenze. Il disperato le calcola benissimo e decide che non gli importa nulla, perché l’alternativa è comunque il disastro. Dr. Strangelove, appunto. Solo che nel film imparavano ad amare la bomba. Questi pezzi di sterco capitalista amano la recessione degli altri. Il resto di noi starà a guardare il prezzo della benzina che sale bestemmiando alla pompa.

Altro non sappiamo fare.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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