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Cottarellismo vs melonismo: l’ennesima “trasformazione” italiana

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Siamo un paese senza cultura e senza memoria storica.

“Sulla scheda scrivete solo Giorgia” ha recentemente sollevato l’ennesima polemica. Questa volta il tema è la difesa dei non laureati. Ponendo l’accento su una nuova lotta di classe tra chi ha completato gli studi universitari e chi no, la premier ha sottolineato, in risposta al sommo vate della sinistra elitista, l’esimio professor dottor Carlo Cottarelli Viendalmare, che oggi sia possibile raggiungere posizioni di prestigio, come lei stessa ha dimostrato diventando Presidente del Consiglio nonostante la mancanza della laurea.

Le elezioni europee si avvicinano sempre di più e i leader di partito le studiano tutte per giocare in attacco e accaparrarsi i voti di rosiconi e apatici. Così il Girasagre è tornato a parlare di leva obbligatoria, Schlein ha riscoperto la Sanità Pubblica e il reddito universale minimo dopo che il suo partito tanto ha fatto per annientarli, i 5* sono tornati a scandire “onestàh” e Calenda a fare gnegne sui social.

Posso dirlo? La gente che ci tiene a rimarcare il titolo di studio mi sta sempre un po’ antipatica. Come se il titolo di studio fosse di per sé sinonimo di autorevolezza e incontestabile successo. Infatti Cottarelli è dottore, ma non è diventato premier. Anzi, è stato trombato quand’era in predicato di prendere il timone della barca repubblichina e se n’è dovuto tornare a casa “a minchia china”. Invece Giorgia governa. Male, malissimo, ma governa.

Queste polemiche acchiappa voti lascerebbero il tempo che trovano, se non fosse che la pseudo informazione imperante nel nostro paese ci fa su i titoloni apposta per i gonzi bipartisan. Già vedo lo slogan di un ipotetico partito del dottor Cottarelli: “laureati di tutta Italia uniti per spezzare le catene imposte dal sottoproletariato della Garbatella!”

Viene da piangere, lo so, ma a volte anche un argomento privo di sostanza, come la lotta di classe tra dottori sì e dottori no, innesca una scintilla di pensiero utile a definire l’eterno presente in cui galleggia l’Italia.

Era il 1882 e Agostino Depretis, esponente della sinistra moderata post unitaria, lanciava un appello in favore di un’auspicabile “trasformazione” dei partiti. Nella valutazione di Depretis la valenza di tale trasformazione era positiva e prevedeva il taglio delle ali estreme, repubblicani da una parte e clericali conservatori dall’altra, al fine di affidare il governo alla manovra parlamentare anziché allo scontro elettorale tra due ipotesi di governo antitetiche.

Successivamente il ternine trasformismo assunse una valenza negativa, diventando sinonimo di mercificazione della vita parlamentare, ma non v’è dubbio che il concetto richiamato oggi dall’ennesima polemica farlocca ha più a che fare con il trasformismo nella sua valenza originaria, vale a dire quella secondo cui il governo rimanga, sempre e comunque, appannaggio del “partito unico delle classi dirigenti” (Sabbatucci, G. 2003, Il trasformismo come sistema. Saggio sulla storia politica dell’Italia unita, ed. Laterza).

Gramsci sosteneva che la conquista dell’egemonia equivalesse ad acquisire il potere di fissare le coordinate all’interno delle quali si sarebbe dibattuto lo scontro politico. Pertanto la democrazia dell’alternanza che ha caratterizzato negli ultimi tre o quattro decenni il sistema politico italiano è pienamente riconducibile all’interno di un’operazione trasformista.

Se consideriamo, come fa Gramsci, il trasformismo come figlio dell’egemonia di un gruppo sociale, non devono stupirci gli scazzi tra insopportabili sotuttoio di stampo rigorosamente liberale e bercianti bandierine borgatare gonfiate dal vento del profitto: sono entrambe correnti interne dello stesso schieramento che definiscono di volta in volta le varianti del gioco.

Per farne un po’ di analisi, la democrazia non solo italiana si basa ormai da tempo sull’analogia con i meccanismi di mercato, con gli elettori nel ruolo di consumatori e i partiti in quello degli imprenditori. E per giunta monopolisti. Anche se la pecorizzazione della politica alla finanziarizzazione di ogni aspetto dell’esistente ha mutato non poco il quadro generale, non lasciamoci ingannare: come scriveva Tocqueville, «un despota perdona facilmente ai governati di non amarlo, purché essi non si amino tra loro». Con o senza laurea.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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