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La libertà in politica è scegliere, ma la felicità è essere scelti

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Manca meno di un mese alle elezioni e l’ansia da prestazione sale. Stante il fatto che in Regione non voterò nessun candidato del “blocco monocolore” Ciriusso, perché questa cosa di votare il meno peggio sta diventando penosa oltre che ridicola, non resta che valutare le alternative: 5* o la galassia delle compagini sinistrorse da zero virgola.

Uno si augura ogni volta che sia arrivata l’ora per il PD e la sinistra che je fa da sponda di scegliere se rappresentare gli interessi dei pochi o quelli dei molti, se stare dalla parte del bieco affarismo spacciato per sviluppo necessario, del subappalto infinito e delle stragi sul lavoro, oppure se ricominciare a tutelare il lavoro. E invece è come tifare Toro ed avere Cairo come presidente.

In un recente editoriale sul Fatto Travaglio andava a punto con queste parole: «Torino è come Pompei: una città pietrificata non dalla lava, ma da un sistema di potere trasversale e consociativo che si autoperpetua da 50 anni con gli stessi uomini (o, se proprio muoiono, coi loro figli e figliocci). Non c’è bisogno di passare da destra a sinistra, o viceversa, perché governano tutti insieme a maggior gloria di chi comanda davvero: casa Agnelli, fondazioni bancarie, logge “progressiste”, collegio costruttori con tentacoli tecnocratici e politecnici, concessionari e appaltatori. “Quella che a Palermo si chiama omertà – diceva il procuratore Marcello Maddalena – qui si chiama riservatezza”». Ecco.

Non molto diversamente va con le europee. Dando ormai per scontata la riconferma di von der Leyen, contemporaneamente in campagna elettorale da Fazio sul Nove e ad arruffianarsi i voti del Partito dei Conservatori Europei guidato da Giorgia, vien da chiedersi quali chance di apparire diversi abbiano i socialisti dopo aver votato al Parlamento l’equiparazione tra comunismo e nazifascismo.

Nella desolazione bipartisan della politica nazionale e sovranazionale è andata che, negli ultimi trenta/quarant’anni, l’avvicendamento “democratico” non ha fatto altro che proporre il cliché di chi non si distingue da chi l’ha preceduto se non per il fatto di ragliare populismo che acchiappa facile, con tanto di sgrammaticature e richiami nostalgici, per dissimulare il ruolo di mero esecutore dei potentati manifatturieri prima, finanziari poi e della loro inevitabile saldatura in nome del saggio di profitto.

Il punto è uno ed uno solo: chi scuoterà l’albero di gerontocrazia mista a ego ipertrofici o semplice carrierismo per domandare a pezzi della società di unirsi e mobilitarsi sui capitoli che dovrebbero distinguere un campo dall’altro: il diritto alla salute, alla scuola pubblica e a un salario degno?

Si tratta di porre con forza in campo progressista una rinnovata “questione morale”. È su chi se ne farà carico che non mi pare vi siano troppe manine alzate di volontari.

La riflessione eccessiva e l’introspezione, è risaputo, non giovano agli affari.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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