La volta scorsa l’asse italo-tedesco s’è concluso a Piazzale Loreto
Non è solo una frase a effetto. È un promemoria storico. È la fotografia di ciò che accade quando la politica estera italiana diventa ricerca del protettore più muscolare del momento. A Piazzale Loreto Mussolini e i suoi gerarchi pagarono il conto della politica che va a traino del più forte per garantirsi prestigio riflesso. Oggi non siamo certo nel 1945, dunque i post fascisti non rischiano nulla, ma i meccanismi che si muovono nelle loro testoline sono riconducibili ad un cliché che essi tentano inutilmente di dissimulare: forti con i deboli e zerbini con i potenti.
La destra come collocazione, non come visione
Vista da fuori, a me pare che la politica estera di Meloni non sia guidata da una dottrina geopolitica coerente. È dominata invece da una necessità identitaria che si può riassumere nel situarsi il più possibile a destra nello spettro occidentale, perché quella è la grammatica simbolica che garantisce consenso alla sua base e riconoscimento nel suo campo politico di incolti, binari e nostalgici.
Non si tratta di sovranità. Si tratta di appartenenza
La retorica è quella del “balcone”: nazione, centralità italiana e ago della bilancia nel Mediterraneo (fa ridere solo a scriverlo). Nei fatti l’azione si traduce in un movimento costante verso il centro di gravità del potere dominante in quel momento.
Prima l’abbraccio atlantico senza condizioni. Poi la ricerca di sintonia con Donald Trump. Ora l’asse privilegiato con Friedrich Merz. Solo che questa non è strategia multilevel, è più mimetismo da camaleonte.
Sotto l’ombrello del vincitore di turno
Con Trump l’operazione è evidente: intercettare l’onda sovranista globale, presentarsi come referente mediterraneo del trumpismo e costruire una sponda ideologica che rafforzi la propria immagine interna. Non importa che gli interessi economici italiani possano divergere su dazi, energia e industria. L’importante è la foto con didascalia da dare in pasto ai fan sui social: “noi siamo con l’uomo forte”.
Con Merz la dinamica è più sottile, ma resta identica nella sostanza. Se Berlino vira a destra, Roma la segue a ruota. Non per rinegoziare i rapporti di forza europei, non per ridiscutere le scellerate politiche economiche di riarmo o quelle industriali, ma per non restare isolata nel campo conservatore continentale. E quando la politica estera diventa ricerca di protezione, smette di essere politica e diventa riflesso pavloviano.
Sovranismo senza autonomia
Il paradosso di questo governo sta tutto qua: il sovranismo tanto sbandierato ai tempi dell’opposizione si è tradotto in dipendenza sistemica. Si parla di interesse nazionale, ma non si costruiscono margini di manovra. Si invoca l’identità, ma si evita il conflitto reale sui dossier che contano: bilancio europeo, politiche comuni, difesa, energia.
Meloni non propone un’architettura alternativa e men che meno costruisce coalizioni mediterranee strutturate. In pratica la nostra politica estera non contribuisce a ridefinire le regole del gioco: si limita a collocarsi.
La lezione rimossa
La storia italiana è attraversata da una costante: un’élite che cerca protezione esterna per compensare le fragilità interne.
Negli anni Trenta fu l’illusione della potenza nazista. Nel dopoguerra fu l’ancoraggio totale al blocco atlantico. Oggi è l’idea che basti stare accanto al leader più assertivo per garantirsi stabilità. Ma la stabilità ottenuta per allineamento non è forza. È dipendenza a cui resta il tricolore da sventolare a beneficio dei tanti sempliciotti che scrivono sui social: “Giorgia sei tutti noi”. Ecco che Piazzale Loreto non è un paragone storico meccanico o sarcasmo da sinistrato. Al contrario, è un monito simbolico che spoilera il finale.
Destra di governo o destra di posizione?
La domanda, alla fine, è semplice: Meloni sta costruendo una destra di governo capace di ridefinire i rapporti di forza europei e globali? O sta costruendo una destra di posizione, che occupa lo spazio simbolico più radicale possibile all’interno dell’ordine esistente?
Finora tutti i segnali indicano la seconda opzione.
Molto allineamento. Molta fedeltà. Molte dichiarazioni identitarie.
Poca frizione vera. Poca autonomia strategica. Nessuna rottura strutturale.
Così la politica estera italiana continua a oscillare non tra Est e Ovest o tra Nord e Sud, ma tra protezione e subordinazione.
Sovranismo da palco, atlantismo da corridoio, europeismo opportunista da summit. La rivoluzione promessa si è sciolta nel protocollo. Resta la retorica identitaria per l’elettorato e la deferenza operativa per chi comanda davvero.
Capita quando la sostanza latita: la bandiera sventola, ma il timone lo tiene sempre qualcun altro.
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