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La filiera della violenza

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Conviene dirlo chiaro prima di scaldare i motori: Roggero e Barboni non sono un’anomalia, ma la tempesta perfetta in un paese che ha smesso di credere allo Stato e ha iniziato a credere alla giustizia privata.

Ricominciamo con pazienza da Roggero, il santo con la 38 Special. Aprile 2021, dopo una rapina, a minaccia concreta e immediata ampiamente conclusa, il gioielliere di Grinzane insegue in strada i tre ladri e spara con un’arma detenuta illegalmente. Due rapinatori morti e uno ferito. I tre gradi di giudizio si esprimono unanimemente: omicidio volontario.

È anche vero però che se i tre delinquenti avessero scelto la strada della legalità per campare, sicuramente non avrebbero incrociato uno come Roggero e sarebbero ancora vivi. Si chiama rischio d’impresa ed è quello che si è disposti ad accettare quando si mette in piedi un’attività, incluso il crimine. Fine.

Per farla breve: sentenza sacrosanta e “impresa” fallita. Si volta pagina e si pensa agli stipendi da fame, alla schiavitù energetica, alla Sanità che ha smesso di curare e alle pensioni regalate ai fondi d’investimento. Per dire.

E invece il governo dei piùmeglio cosa fa? Ma soprattutto, che cazzo c’entra il governo? Niente naturalmente, se non fosse che le elezioni sono vicine, in quattro anni i Fardelli non ne hanno azzeccata una e allora scatta il bisogno di sviare su temi più adatti a compattare il loro esercito di mentecatti.

È il ministro Nordio ad aprire la pratica per la grazia a Roggero il giorno dopo la sentenza. Salvini, che da Girasagre a Giragalere è un attimo, si precipita a trovare il gioielliere in carcere. Gioggia e VannaXi prendono i pastelli e disegnano, su sfondo nero, il ritratto del “pater familias armatus”.

Non è cronaca, è liturgia: lo Stato pensato da questo governo non processa il cittadino-giustiziere, lo canonizza. Il messaggio arriva forte e chiaro fino all’ultimo dei Fardelli da bar: sparare a chi scappa va bene, basta chiamarlo paura.

Quasi in scia, quasi apposta, a San Benedetto del Tronto, il sedicente “manager del luxury” Giuseppe Barboni corca di pugni un senzatetto iracheno in mezzo alla strada facendosi filmare dal cameraman personale e postando il video sui social. Il curriculum è da manuale: lottatore di MMA, un procedimento per maltrattamenti mai finito in condanna, militante di Futuro Nazionale, più volte ospite del Lord della merda Cruciani. Barboni è il classico prodotto di un’epoca in cui le botte diventano contenuto e il contenuto diventa capitale da convertire in reputazione. Peccato che neanche VannaXi lo copre fino in fondo, ma il meccanismo che lo ha prodotto resta intatto e va avanti anche senza di lui.

Roggero e Barboni non c’entrano niente l’uno con l’altro sul piano biografico, ma per questo paese alla canna del gas culturale, morale e sociale costituiscono la stessa merce: privatizzazione della violenza legittima venduta al pubblico come rimedio a uno Stato che i cittadini, non a torto, percepiscono come assente. Solo che lo Stato non è assente per caso: è stato smontato pezzo per pezzo, decennio dopo decennio, da chi oggi incassa il dividendo elettorale della sua assenza. Prima si toglie il presidio, il tribunale, il servizio sociale, l’ospedale di provincia,  poi si applaude chi si fa giustizia da solo, e infine si scrive la legge che lo assolve in anticipo. Non è improvvisazione, è filiera.

Tranquilli fascistelli miei, non troverete nessuna morale da quartieri belli qua sopra, ma neppure il “però bisogna anche capire” detto da voi che non capite una minchia. Quella che vi propino io è l’immagine di un paese che ha sostituito la giustizia con il tifo, e che si commuove più per un colpo di pistola ben mirato o per un video virale che per il fatto che entrambi gli eventi raccontano la stessa desertificazione.

Spoilerone: Barboni tornerà a cercare follower in strada e Roggero avrà probabilmente la grazia a furor di teste di culo.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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