Ho sempre pensato al denaro come ad una ponza per tirarsi fuori dalle tribolazioni della vita o come strumento per migliorare noi stessi come persone e non “sulle” persone.

Malattia e istruzione sono i miei due punti di riferimento per giustificare una certa disponibilità economica. E poi la casa.

Certo non la villa con il pergolato e i molossi da fotografare per far percepire agli altri che sono uno di quelli che ce l’ha fatta, un arrivato. No, per me è più una questione di rifugio, una sorta di microcosmo che lascia fuori la merda di questa società di arroganti e di narcisi. E poi a me piacciono i gatti, animali da anarchico.

Sono invece guai che ci costruiamo da soli quelli di non avere, di non possedere abbastanza cose, di non potersi permettere le vacanze esotiche o di condividere plateau royal e bottiglie buone sui social cazzari.

E allora mi domando: non sarà che la fregatura è proprio quella dell’abituarsi ad alimentare bisogni dei quali non si può più fare a meno?

De André sosteneva che “quando la vicissitudine dei bisogni diventa una necessità assoluta, questo sì che è veramente pericoloso”. Per questo motivo vedeva bene le “anime salve”, vale a dire quell’umanità che “sembra galleggiare ai margini del benessere, che sta all’estrema periferia di questi bisogni”.

Come Faber io penso che il bene sia proprio quello di “galleggiare intorno, di muoversi ai margini, di affrontare le difficoltà giorno per giorno”. Solo così si riesce ad “essere”. E a non pensare che il pergolato di rose, per quanto meritati, debba per forza essere esibito come Vlad mostrava i nemici impalati sulle picche: una cosa che può dar fastidio.

Per me invece peccare di orgoglio e autocompiacimento è quando mi definisco “signor nessuno”. Ma solo perché non sono nato “saputo”, come accade a tanta gente che pontifica di cose che perlopiù non conosce, partendo sempre dal “sè” senza giungere una sola volta al “noi”.

Walter Benjamin, traendo spunto da Max Weber, leggeva il trionfo del capitalismo occidentale da una prospettiva escatologico-messianica che si imbibiva di marxismo. Nella misura in cui Marx aveva percepito la curvatura magico-teologica assunta dalla merce, il feticismo, egli cercava di cogliere i risvolti metafisici dell’astrazione monetaria.

Il capitalismo è spiegato da Benjamin come una forma religiosa estrema e puramente cultuale, in cui non vi è più alcun riferimento all’esistenza di un’entità trascendente, nessuna rivelazione e nessuna indagine umana sulla sua specifica realtà, ma solo un’ossessiva ritualità: i molossi e le vacanze esotiche di cui sopra.

A ben guardare il percorso dell’uomo come animale sociale, si vedono solo tentativi di dare vita ad organizzazioni con strutture verticistiche che propugnano un modello, sia esso Dio o il Dio Denaro. Lo scopo primario è sempre e solo uno: difendere la propria “metafisica”. Nel caso del capitalismo più “fisica” che ” meta”.

Mi sono reso conto già da un po’ che l’uomo solo e senza fede non mi fa paura. Al contrario, l’uomo organizzato e “ispirato” mi terrorizza.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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