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The Boys

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Trump in costume da Homelander circondato dalla corte di fedelissimi in tenuta da cosplay*. È la solita immagine che mi sono fatto generare dall’AI curando al massimo i dettagli del prompt perculatorio. Forse proprio per questo motivo è anche la rappresentazione più onesta che l’ultradestra americana produce di sé stessa.

Il fascismo classico aveva bisogno di adunate, divise, architetture colossali e corpi scolpiti. Quello contemporaneo ha bisogno di Fox News. La forma è cambiata, la sostanza no: il capo è sempre il messia, il messia è sempre il guerriero, il guerriero è sempre circondato da una banda di mediocri in uniforme che lo guardano con occhi da cane fedele. Varia solo la palette cromatica.

C’è qualcosa di assolutamente americano — e specificamente trumpiano — in questa iconografia da distopia cinematografica, perché non è solo fasciomessianesimo. È fasciomessianesimo affaristico. Una categoria a sé.

Il messia europeo del Novecento si presentava come sacrificio. Moriva simbolicamente per la nazione, offriva il corpo alla storia, costruiva un’epica del sangue. Trump non ha mai sacrificato un cazzo in vita sua. È un developer immobiliare del Queens che ha trasformato i fallimenti in brand, le condanne in merchandising, i processi penali in raccolta fondi. Il mantello rosso non copre un martire, copre un venditore di appartamenti di lusso che ha capito prima degli altri che l’America profonda voleva comprare un supereroe invece di eleggere un presidente.
Questa è la differenza.

Il fasciomessianesimo affaristico non promette redenzione: promette un deal. Non ti chiede di morire per la patria, si accontenta di coglioni con il cappellino MAGA a decorare le zucche vuote. Non costruisce cattedrali, ma resort sulle macerie di un altro supereroe della merda, Bibi The Genocidal. Non ha bisogno di eserciti, ma di follower e di algoritmi ben orientati. È il fascismo nella sua forma più evoluta e più difficile da combattere, perché ha eliminato il tragico e ha tenuto solo lo spettacolo.

E allora l’immagine AI con Trump/Homelander è la sintesi perfetta di tutto questo. Non è un manifesto politico, ma riesce a fare addirittura meglio nel suo essere un poster ideologico, una locandina da blockbuster del tempo fuori di sesto che stiamo vivendo.

The Boys, la serie, ci ha visto lungo: i supereroi sono corporation, i salvatori sono brand, il messia è un contratto con Vought International. La satira è diventata documentarismo e Crozza una sorta di Alberto Angela che arranca dietro questi campioni dell’assurdo.

Nel frattempo le città bruciano davvero, ma quelle non sono nello sfondo dell’immagine AI. Quelle sono Gaza, sono i sobborghi di Los Angeles, sono le fabbriche chiuse della “rust belt” che hanno votato Trump convinte di comprare il riscatto sociale e si sono ritrovate con un cappellino rosso e i dazi. Proprio come Tajani.

Alcuni disastri li andiamo a cercare noi.

*Appendice per anarconichilisti imbruttiti che di notte non si segano su Pornhub (e forse farebbero meglio):

– Donald Trump — Homelander

Non è un politico. Non è nemmeno un ideologo. È un brand che ha comprato un paese come si compra un hotel decadente: a prezzo scontato, con i creditori alla porta, convinto di rilanciarlo mettendoci sopra il proprio nome a lettere dorate. Il caos non lo spaventa, lo monetizza.

– J.D. Vance — The Translator

Yale, Peter Thiel, Hillbilly Elegy: un percorso costruito per sembrare un’eccezione e funzionare come una giustificazione. Vance è l’intellettuale di servizio, l’uomo che prende il rancore grezzo della provincia americana, ci mette sopra un lessico presentabile e lo riconsegna alla base come teoria politica. La sua funzione è precisa: rendere dicibile ciò che altrimenti resterebbe un grugnito del Girasagre.

– Peter Thiel — Black Shadow

Non sta mai in primo piano perché non ne ha bisogno. Thiel finanzia, Thiel seleziona, Thiel installa. Ha capito prima di chiunque altro che il capitale non ha bisogno della democrazia liberale per prosperare. Anzi, è un costo. Ogni candidato che ha finanziato è un test. Vance è il modello riuscito. La Silicon Valley illiberale è il suo progetto di lungo periodo. Palantir il suo masterpiece. La prossima mossa non la conosciamo ancora, ma lui l’ha già finanziata.

– Stephen Miller — The Architect

Nessuna telecamera lo ama, nessun comizio lo acclama, nessuno compra magliette con la sua faccia lombrosiana. Miller non ha bisogno di tutto questo: lui scrive le norme. È l’uomo che trasforma la xenofobia in regolamento, il rancore etnico in prassi amministrativa, il sogno della purezza in circolare ministeriale. Lavora nell’ombra con la precisione di un tecnico e la vocazione di un inquisitore. Il fascismo rumoroso ha sempre bisogno di un burocrate silenzioso. Eccolo, è lui  l’Himmler in versione yankee.

– Peter Navarro — The Warmonger Accountant

La guerra economica permanente come ideologia. Navarro non vede mercati, ma  campi di battaglia. Non vede partner commerciali, solo nemici temporaneamente a piede libero. La sua economia è geopolitica travestita da statistica, il suo è nazionalismo industriale spacciato per analisi.

– Kash Patel — The Hunter

La sua mission è dichiarata e non fa nemmeno finta di nasconderla: purificare gli apparati per vendicarsi dei nemici del re. Patel è il tipo di uomo che i regimi producono nella fase di consolidamento, quando il potere è già preso e c’è bisogno di uno smacchiatore a fondo. Non è un ideatore, è un esecutore. La differenza conta poco per chi finisce nel mirino.

– Russell Vought — Mr. Muscle

Project 2025 porta anche la sua firma. Vought vuole uno stato esecutivo senza contrappesi, un presidente che comanda senza mediazioni, una burocrazia federale svuotata e riempita di fedeli. Non è affatto visionario. È un ingegnere istituzionale. Uno che smonta lo stato liberale bullone per bullone, con pazienza protestante e ferocia tecnocratica.

– Kevin Warsh — Clean Face

Ogni regime ha bisogno di qualcuno che possa parlare ai mercati senza far scappare i capitali. Warsh è la faccia educata, rassicurante, con il curriculum giusto e le relazioni giuste. La sua funzione è tradurre il caos trumpiano in linguaggio che Wall Street possa tollerare. È l’equivalente dei sottotitoli in un film in klingoniano.

– Pete Hegseth — The Preacher

Fox News, bibbia tatuata sul corpo, Pentagono. Hegseth è la propaganda fatta carne, l’uomo che ha trasformato il celodurismo militare (il vannaccismo in Italia) in contenuto televisivo e poi il contenuto televisivo in politica della Difesa.

– Mike Waltz — The Hawk

Meno scorregge dalla bocca degli altri, più sostanza bellicosa. Waltz è l’uomo che traduce le pulsioni imperiali in dottrina strategica, quella che dà forma militare ai sogni di grandezza di Homelander. È il tipo che in una stanza silenziosa parla di “opzioni” con una calma che dovrebbe preoccupare chiunque stia nella stanza. E fuori.

– Greg Bovino — Frontier Man

Il livello locale come laboratorio del totalitarismo moderno. Chi ha letto una famosa intervista al compianto Stefano Rodotá, sa di cosa scrivo. Bovino rappresenta quella fascia di funzionari e amministratori che applicano sul territorio ciò che gli ideologi hanno scritto nei documenti: il confine come guerra, il migrante come nemico, la legge come clava identitaria. È quello che a Norimberga, un attimo prima di infilare il collo nel cappio, direbbe: “Ho fatto solo il mio dovere”.

– Marco Rubio — The Converted

Ha passato anni a fare il moderato presentabile, l’alternativa adulta, il repubblicano che potevi mostrare in Europa senza vergognarti. Poi come chi ha seguito le prodezze capriate con doppia giravolta di Gioggia il Presidento, ha girato su sé stesso come neanche Klaus Dibiasi ed è diventato più squallido di Italo “nome omen” Bocchino.

– Robert F. Kennedy Jr. — The Ghost

Prendi un cognome che vale una mitologia, aggiungici vent’anni di complottismo vaccinale e una voce roca da danno neurologico per eccesso di bamba dichiarato. RFK Jr. è l’ibrido perfetto della nostra epoca: né destra né sinistra, né scienza né fede, solo un brand familiare applicato al Caos.

– Paula White — Firecracker

Prosperità, gospel, jet privato, Trump come unto dal Signore. White è il punto di giunzione tra il fondamentalismo americano e il fasciomessianesimo affaristico, la prova che Dio è niente più che un modello di business.

– Jared Kushner — The Son-in-law

Come il figlio un po’ tordo di Del Vecchio, non ha vinto niente, non ha costruito niente, non ha un’idea sua che regga più di cinque minuti. Però si è diplomato alla Frisch, laureato ad Harvard e, se può aiutare ad inquadrare il personaggio, è cresciuto in una famiglia ebrea ortodossa e il padre ha un curriculum con una ventina di accuse penali. Per non essere da meno del consuocero.

Quindici bestie. Un solo recinto. Nessuna via d’uscita in cartellone.

Buona visione.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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