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Democrazia S.p.A.

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Premessa

Viviamo tempi in cui la politica ha molti più effetti sulla nostra vita quotidiana di quanti ne vorremmo. Tuttavia l’interesse delle persone per l’aggregazione non è mai stato così scarso e i rappresentanti a cui diamo la delega sono ben lungi dall’essere i migliori tra noi. Questo continuo “divenire in minore” è verificato dalla contemporaneità – intesa sia come essere al mondo nello stesso tempo che nel rappresentarne appieno lo spirito – di merde umane come Trump e Ben Gvir.

Trump non ha bisogno dì presentazioni. Ben Gvir, per chi ancora lo ignorasse, è il ministro della Sicurezza Nazionale israeliano, esponente dell’ultradestra messianica, supervisore di una Polizia che risponde alla sua politica molto più che alla legge. Per festeggiare i cinquant’anni e la legge sulla pena di morte per i palestinesi approvata dalla Knesset a marzo, ha ricevuto dalla moglie una torta decorata con un cappio dorato, due pistole e una mappa d’Israele allargata a Gaza e Cisgiordania. La scritta recitava: “Congratulazioni al ministro Ben Gvir. A volte i sogni diventano realtà.” Fra gli invitati alla festa: politici di spicco, attivisti dell’estrema destra, esponenti dello stato maggiore della polizia. Nessuno ha trovato niente di strano. Questo è il livello.

In casa nostra, il quadro non è meno sconfortante. Gioggia il Presidento, quella che ha confidato a Trump in un fuori onda di non voler parlare con la sua stampa, ha trasformato la conferenza stampa sul Piano Casa nel solito show in romanesco. ‘Na robba che manco Gigi Proietti.

L’approccio è stato quello di chi vorrebbe scrivere le domande che le vengono rivolte. In pratica il Quarto Potere ridotto a PR istituzionale. Debord avrebbe trovato la cosa quasi elegante nella sua coerenza.

Dall’altra parte, quella dell’ “opposizione”, il quadro è, se possibile, ancora più desolante. Cuperlo, che è cognome da nomenklatura piddina ex comunista, viene di tanto in tanto tirato fuori dall’armadio come voce autorevole del centrosinistra e, in un intervento che prende pure applausi, parafrasa Cetto La Qualunque per perculare il governo. E poi c’è l’immarcescibile Renzi, il “rottamatore” che ha già distrutto una volta la sinistra italiana e sembra determinato a non lasciare il lavoro a metà. Come il PD, non ha uno straccio di programma, ma entrambi fanno concorrenza a Crozza con la satira: quella di Cuperlo, con l’insopportabile erre blesa dei compagni da ZTL, quella di Renzi, più da toscano ruspante, con il refrain “ha stato lasciato solo” rivolto di volta in volta ai vari ministri del governo.

Questa è la classe dirigente che la democrazia del mercato ha selezionato. Da un lato. Dall’altro.

Invece quello che segue è un tentativo di spiegare, in una domenica piovosa e come al solito più a me che a voi, come siamo arrivati a questo punto e, soprattutto, perché continuiamo ad arrivarci.

L’articolo*

C’è una cosa che il capitalismo finanziario ha chiarito definitivamente, con la brutalità pedagogica che gli è propria: la democrazia non è un suo problema. Non lo è mai stata. L’equivoco ha retto per qualche decennio, vale a dire quelli del dopoguerra, del compromesso socialdemocratico e del welfare come vaccino anticomunista. Poi tutto è crollato come un mutuo subprime. E non è un caso se l’analogia è questa.

Karl Polanyi lo aveva scritto nel 1944, quando ancora si sparava, in La grande trasformazione: il mercato autoregolato è un’utopia negativa. Non produce libertà, produce distruzione. Produce la necessità politica del suo contrario: lo Stato forte a protezione del capitale contro la società. La democrazia liberale e il libero mercato non sono “due facce della stessa medaglia”, come si raccontava ai bambini nelle scuole occidentali del dopoguerra: sono in conflitto strutturale. Uno dei due deve cedere. E fin qui la storia non lascia molto spazio all’ottimismo.

Il nodo viene al pettine con il capitalismo finanziario, che è capitalismo allo stato puro: speculativo, astratto, svincolato dalla produzione reale, interessato esclusivamente alla rendita. Qui il popolo acquisisce due funzioni, entrambe sminuenti. Da un lato è cliente, ossia paga il prezzo più alto possibile per beni e servizi che il mercato decide siano necessari. Dall’altro è costo, cioè produce al prezzo più basso possibile: il lavoro come variabile da comprimere all’infinito. Questa è la grammatica del sistema.

Ma il capitalismo finanziario aggiunge un terzo livello di umiliazione. Quando le scommesse vanno male, ossia quando le bolle esplodono, quando i derivati tossici si rivelano per quello che erano, quando l'”innovazione finanziaria” si rivela truffa con firma in calce, i profitti rimangono privati e le perdite diventano pubbliche. La crisi del 2008 ne è stata la dimostrazione manualistica: le banche avevano privatizzato i guadagni per un intero decennio con la leva finanziaria e i titoli cartolarizzati, poi quando il castello è crollato gli Stati e le banche centrali si sono caricati i debiti, ma è il Popolo ad aver pagato l’austerità. Siamo o non siamo noi Io Stato, quando conviene?

Signori miei, questo non è capitalismo che ha sbagliato qualcosa. Questo è capitalismo che funziona esattamente come deve funzionare. E allora il problema diventa politico: come si fa a fare accettare tutto questo? Come si costruisce il consenso attorno a un sistema che spoglia sistematicamente la maggioranza a favore di una minoranza?

Per capire come, bisogna fare un passo in profondità, nel sottosuolo filosofico dove il capitalismo ha le sue vere radici. Purtroppo le miniere della cultura non sono alla portata di tutti, perché sono tortuose, bugie e prima o poi l’aria viene a mancare. Io stesso, dopo oltre quarant’anni di letture e approfondimenti che qualche anticorpo lo hanno generato, mi sento come bimbo congolese infilato in un buco alla ricerca di cobalto.

Senza le basi, scordiamoci le altezze

Partiamo da Heidegger, il cui pensiero non è mai comodo ma è quasi sempre necessario. Il filosofo crucco aveva identificato nell’essenza della tecnica moderna non uno strumento neutro nelle mani dell’uomo, ma una struttura di dominio autonoma: il Gestell, ovvero l’ “impianto impositivo”, la griglia attraverso cui la modernità riduce ogni ente, la natura, il lavoro, il tempo, l’essere umano, a “fondo disponibile” da impiegare, ottimizzare, estrarre.

La tecnica non è capitalismo, ma il capitalismo è la sua applicazione più coerente e più feroce: tutto viene ridotto a risorsa, tutto viene calcolato in termini di rendimento, niente sfugge alla logica dell’estrazione. Il Popolo come “fondo” non è una metafora, è un’ontologia politica.

Adorno, con il suo pessimismo strutturale che qualcuno scambia per cinismo e che invece è rigore, aveva aggiunto il tassello culturale: nella Dialettica dell’illuminismo (1947) introduce il concetto di “industria culturale” come il meccanismo attraverso cui il capitalismo avanzato non si limita a sfruttare economicamente l’individuo ma lo forgia culturalmente, gli somministra i valori, gli prescrive i desideri, gli fornisce il divertimento come sedativo. La cultura diventa merce, e come merce non eleva, non critica, non disturba. Semplicemente funziona.

Il disimpegno che l’industria culturale produce è, per Adorno, “alleato del potere capitalistico”. Non un effetto collaterale: una funzione. L’intrattenimento esiste affinché non si pensi. Netflix è l’oppio del popolo con migliore qualità di streaming rispetto alla chiesa. Per dovere di cronaca, il “francofortese” Adorno è stato letto e assimilato a modo loro da personcine squisite come Karp e Thiel.

Guy Debord, già nel 1967, aveva capito che il problema non era la propaganda nel senso volgare del termine, ovvero i cartelloni, i discorsi e i manifesti. Il problema era strutturale: “lo spettacolo è il capitale a un tal grado di accumulazione da divenire immagine”. La società dello spettacolo non è uno strato sovrapposto alla realtà economica, è la sua forma di presentazione. Il consenso non si fabbrica con le bugie, o almeno non solo. Si fabbrica costruendo un ambiente informativo in cui certe domande non vengono nemmeno formulate, certe connessioni non vengono nemmeno percepite. Lo spettacolo è “il discorso ininterrotto che l’ordine presente tiene su se stesso”: un monologo, non un dialogo.

Heidegger e Debord, pur da tradizioni lontane, convergono qui: la realtà è stata sostituita da una sua rappresentazione funzionale al sistema. Il Gestell tecnico e lo Spettacolo sono due nomi per la stessa cosa vista da angolature diverse.

Chomsky e Herman, vent’anni dopo Debord, lo hanno tradotto in sociologia dei media con il “modello di propaganda”: i mezzi di informazione nelle società neo-capitaliste non sono indipendenti, non perché qualcuno telefoni ai direttori e dica cosa scrivere — questa è la versione per ingenui — ma perché la struttura istituzionale dei media, la dipendenza dalla pubblicità, la prossimità alle fonti istituzionali, il filtro dell’autocensura producono naturalmente, organicamente, senza bisogno di direttive, un sistema informativo che difende le agende dei gruppi privilegiati.

Il giornalista con piena integrità e buona volontà può credere in tutta onestà di stare scegliendo e interpretando le notizie oggettivamente. Il bias è incorporato nella struttura, non nei singoli. È la stessa logica del Gestell: il sistema agisce attraverso di te senza che tu lo sappia. Anzi: proprio perché non lo sai, agisce meglio. E no, non è un gomblotto.

Il risultato è quello che si può chiamare “nuvola informativa”: una realtà virtuale costruita sistematicamente attorno al cittadino, nella quale il capitalismo finanziario appare come l’unica forma possibile dell’economia, la democrazia parlamentare come l’unica forma possibile della politica, e il dissenso radicale come follia o nostalgia. Non c’è censura. C’è saturazione. Non c’è buio, c’è abbaglio.

Qui la democrazia diventa marketing nel senso più preciso: non metafora, descrizione tecnica. Il partito è un brand. L’elezione è un lancio di prodotto. Il programma è un claim pubblicitario. Il politico è un influencer con seggio parlamentare. Ora non vorrei svilire il pippone che vi sto facendo, ma avete presente il Girasagre? Ecco.

Il Popolo, in questo schema, non è il soggetto sovrano della democrazia costituzionale: è il target. È il pubblico da raggiungere, da segmentare, da persuadere all’acquisto. Fin qui la diagnosi del sistema. Ma il sistema adesso produce un sintomo specifico che merita un capitolo a parte, e sul quale circola una narrazione comoda, rassicurante e sostanzialmente falsa.

La narrazione è questa: le forze nazionaliste e fascistoidi vincono un po’ ovunque, in Italia, in Germania, nel Regno Unito, pure nelle socialdemocrazie del Nord Europa, perché la sinistra ha tradito il popolo. Il popolo tradito, giustamente incazzato, per fargli dispetto vota i nazionalfascistoidi, oppure si astiene, che è la stessa cosa. Un racconto così efficace, così rotondo, così moralmente soddisfacente che pare quasi brutto non crederci. La sinistra colpevole, il popolo vittima, la destra beneficiaria accidentale della colpa altrui. Tutti i ruoli sono assegnati, la storia ha un senso, e soprattutto la sinistra può continuare a fare l’opposizione sentendosi innocente.

Proviamo invece a fare un’altra ipotesi. Meno consolatoria. Più scomoda. Molto probabilmente più vera.

E se il popolo avesse tradito sé stesso?

Pasolini lo aveva visto mezzo secolo fa, con quella precisione visionaria che gli era propria e che i suoi epigoni continuano a citare senza capirla.

Negli Scritti corsari e nelle Lettere luterane, a partire dal 1973, descriveva quello che chiamava “mutazione antropologica”: il consumismo non si era limitato a cambiare le abitudini degli italiani, le aveva distrutte, sostituendole con un’omologazione totale ai valori edonistici e consumistici della borghesia. Il proletariato — quello reale, quello con la sua cultura specifica, la sua lingua, i suoi valori di classe — era stato dissolto. Al suo posto era rimasta una massa informe di piccoli borghesi che imitavano i consumi della borghesia senza averne né il reddito né la coscienza di classe. Per Pasolini era “genocidio culturale”. Per noi, oggi, è il corpo elettorale che vota Meloni, Le Pen, Farage, l’AfD.

Il vecchio proletario aveva una coscienza di classe perché aveva una classe. Il piccolo borghese proletarizzato non ha né l’una né l’altra: ha perso la prima per effetto della mutazione antropologica e non ha ancora elaborato la seconda perché si ostina a non riconoscersi in quello che è. È lì, in quella frattura tra condizione reale e identità percepita, che prolifera il fascismo. Non per caso, non per errore: per necessità strutturale.

Wilhelm Reich lo aveva già scritto nel 1933, nella Psicologia di massa del fascismo: la piccola borghesia in crisi non produce rivoluzione, produce reazione. Il peggioramento materiale non genera automaticamente coscienza critica. Al contrario genera paura, frustrazione e il bisogno irrazionale di un capro espiatorio su cui scaricare tutto. Hitler e il suo giglio infernale lo avevano capito benissimo.

Il capro espiatorio è l’elemento che chiude il cerchio. René Girard, antropologo francese che aveva elaborato la teoria del meccanismo vittimario, aveva mostrato come, nei momenti di crisi, le comunità tendano a polarizzare la violenza diffusa su una vittima sacrificale, arbitrariamente scelta ma necessariamente designata come responsabile del disordine: la sua espulsione, reale o simbolica, produce una riconciliazione temporanea del corpo sociale.

Nel capitalismo finanziario del XXI secolo il capro espiatorio è industrialmente prodotto: l’immigrato, il rom, il profugo, il diverso. La destra nazionalfascistoide non ha inventato niente. Ha solo intercettato un meccanismo antropologico antico e lo ha messo a regime. Con ottimi risultati elettorali.

Quindi non è che la sinistra ha tradito il popolo. O meglio, anche quest’affermazione è vera, ma è la parte meno interessante della storia. La parte più interessante è che i vecchi proletari si sono trasformati in piccoli borghesi senza coscienza e senza prospettiva attraverso decenni di consumismo, di spettacolo debordiano, di Gestell heideggeriano applicato alla vita quotidiana o, se volete e molto più banalmente, attraverso l’industria culturale televisiva trasformata in tette, culi e disimpegno dal Goebbels dei nostri tempi, Silvio Berlusconi. E i partiti che si chiamano ancora “di sinistra” non sono altro che l’espressione politica di questa trasformazione: tecnocrati della governance progressista, portatori d’acqua del liberalismo illuminato, gestori del consenso per conto del capitale con la bandierina arcobaleno sul profilo. Non hanno tradito il popolo. Rappresentano esattamente quello che il popolo è diventato, o almeno quella parte di esso che ancora li vota.

Il resto, la parte che stava peggio, che aveva accumulato più rabbia, che aveva meno strumenti culturali per decodificare la propria condizione, ha trovato più confortante la narrazione del capro espiatorio. L’immigrato che ti ruba il lavoro. Il burocrate europeo che ti impone l’austerità. Il gender che corrompe i tuoi figli. Sono tutte cazzate, ovviamente. Ma sono cazzate che danno un nome al dolore e il dolore senza nome è insopportabile, specialmente per la piccola borghesia che non ha la tradizione culturale del conflitto di classe, ma ha l’orgoglio ferito di chi credeva di essere arrivato e scopre di essere stato fregato.

Il punto, quello che nessuno vuole dire ad alta voce perché fa male, è questo: il fascismo contemporaneo non è un’anomalia importata dall’esterno in un corpo sociale sano. È il prodotto interno, organico, coerente di quella stessa mutazione antropologica che il capitalismo finanziario ha deliberatamente coltivato per decenni. L’industria culturale di Adorno ha prodotto il consumatore passivo. Lo spettacolo di Debord ha prodotto il cittadino analfabeta politico. Il Gestell heideggeriano ha prodotto l’individuo ridotto a funzione. E la funzione, quando il sistema va in crisi e smette di remunerarla adeguatamente, vota il Führer di turno.

Non c’è un’uscita consolatoria da scrivere qua sopra, nemmeno stavolta. Il sistema è coerente, chiuso, autosufficiente. Si alimenta delle sue stesse crisi. La democrazia come marketing non è una degenerazione: è il funzionamento normale, a pieno regime. E il fascismo che ne emerge non è il suo fallimento. È, semmai, la sua riserva di emergenza.

Chi vuole ancora parlare di “popolo tradito”, lo faccia pure. Ma si faccia anche un’altra domanda: tradito da chi, esattamente? E risponda onestamente, se ci riesce.

Il Popolo non è un soggetto di diritto. È uno strumento nel mercato e del mercato. Fino a quando non decide diversamente. E “diversamente”  non vuol dire votare un altro partito e nemmeno piangere sul latte versato di una sinistra che non esiste più. Vuol dire ritrovare una coscienza comune. Se volete chiamarla “di classe”, accomodatevi.

Scusate la lunghezza e grazie agli Highlander che sono arrivati fin qua. È stata una pena anche per me. Se ci fosse stato il sole, col cazzo che avrei scritto questa roba e avrei fatto un girazzo in moto. Come un piccolo borghese qualsiasi.

🌹🏴‍☠️

*Note biografiche 

– Guy Debord (Parigi, 1931 – Champot, 1994). Teorico, cineasta, fondatore dell’Internazionale Situazionista. La sua opera principale, La società dello spettacolo (1967), è uno dei testi più lucidi e più ignorati del Novecento. Si suicidò sparandosi un colpo al cuore. Coerente fino in fondo.

– Karl Polanyi (Vienna, 1886 – Pickering, 1964). Economista, antropologo, storico ungherese. Fuggì dall’Austria nazista nel 1933. La grande trasformazione (1944), scritto durante la Seconda guerra mondiale, è un’analisi del perché il mercato autoregolato produce sempre, inevitabilmente, la sua reazione distruttiva e, con essa, la crisi della democrazia. Profetico. Ignorato dai più per le ragioni ovvie.

– Theodor W. Adorno (Francoforte, 1903 – Visp, 1969). Filosofo, sociologo, critico musicale, esponente della Scuola di Francoforte. Con Horkheimer scrisse Dialettica dell’illuminismo (1947), in cui elaborò il concetto di “industria culturale”: il processo per cui la cultura diventa merce, il pensiero critico viene liquidato e il consenso fabbricato attraverso l’intrattenimento. Morì d’infarto poco dopo aver visto l’occupazione della sua aula da parte di studentesse che protestarono a seno nudo. La Storia ha un perverso senso dell’umorismo.

– Martin Heidegger (Meßkirch, 1889 – Friburgo, 1976). Filosofo tedesco, il più influente del Novecento. E il più scomodo. Il suo concetto di Gestell, l’impianto tecnico come struttura di dominio totale che riduce ogni ente, incluso l’uomo, a “fondo disponibile” da impiegare, è la chiave filosofica più potente per leggere il capitalismo digitale e finanziario contemporaneo. Iscritto al partito nazista nel 1933, non si scusò mai. Questa è la sua croce (uncinata). Il pensiero resta, con tutta la sua tonnellata di problemi.

– Noam Chomsky (Filadelfia, 1928). Linguista, filosofo, intellettuale di opposizione. Con Edward Herman scrisse Manufacturing Consent (1988), il testo fondamentale sul funzionamento sistemico della propaganda nei media delle democrazie capitalistiche. A novantasei anni è ancora vivo e ancora a dare fastidio. Questo, in qualsiasi sistema sano, sarebbe un buon segno. È stato pizzicato sull’isola di Epstein, cosa che mi fa pensare che invecchiando non si diventi saggi, ma ci si rincoglionisca e basta.

– Edward S. Herman (Filadelfia, 1925 – 2017). Economista, professore alla Wharton School dell’Università della Pennsylvania, co-autore di Manufacturing Consent. Critico sistematico della politica estera americana e del ruolo dei media nel costruire consenso attorno ad essa. È morto prima di vedere la riedizione Trump in versione Homelander. Il che, a pensarci bene, è stata una grazia.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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