
Il referendum sulla giustizia l’hanno perso. Bartolozzi si è dimessa, ma non è espatriata come aveva promesso. Delmastro e la Pitonessa andati, anche se il nesso logico tra i loro guai giudiziari e la vittoria del NO resta un mistero della fede. Vabbè, Gioggia doveva pure fare qualcosa per sviare. Il governo traballa, ma non abbastanza da cadere. Il coraggio di andare a riprendersi il consenso nelle urne è quello di don Abbondio. E allora che si fa? Si mette mano alla legge elettorale.
Lo chiamano “Stabilicum.” Già il nome è una dichiarazione d’intenti travestita da latinorum tecnico: stabilità, governabilità, certezza del risultato. Tradotto: vogliamo vincere anche quando perdiamo.
Il meccanismo è il seguente: si butta a mare il Rosatellum — che pure aveva premiato Gioggia e i suoi Fardelli nel 2022 grazie alla stupidità organizzata del centrosinistra — e si introduce un proporzionale con premio di maggioranza. Chi supera il 40% dei voti si porta a casa la maggioranza dei seggi. Le liste restano bloccate, i parlamentari li scelgono nunc et sempre le segreterie di partito. Le preferenze spariscono. Sono quelle che Gioggia, scioè, disciamo, reclamava a voce alta quando stava dall’altra parte. Dopodichè, si sa, le cose cambiano.
Il problema è che la Corte Costituzionale ha già bocciato roba del genere due volte. Il Porcellum. L’Italicum di Renzi — che non è un caso citare, perché questo Stabilicum gli somiglia come il gemello storto. Stavolta è diverso, assicurano da FdI e alleati. Come sempre si chiama con un nome nuovo la stessa forzatura.
L’opposizione urla al golpe. Il PD si indigna, poi abbassa la voce, perché sa benissimo che un premio di maggioranza ben calibrato potrebbe fare comodo anche al campo largo, a patto di restare uniti. Peccato che l’unità sia esattamente la cosa che il campo largo non è capace di realizzare nemmeno per andare a prendere un caffè alla buvette.
La macchina dell’indignazione della fintosinistra gira a vuoto sul refrain del fascio all’uscio producendo quella fastidiosa inconcludenza da quartieri belli. I fatti invece sono cristallini: non si cambia la legge elettorale perché il sistema non funziona, ma si cambia perché il sistema attuale rischia di non funzionare per Gioggia e i suoi Fardelli.
Le simulazioni parlano chiaro: con il Rosatellum il centrosinistra potrebbe vincere per seggi grazie ai collegi del Sud. Con lo Stabilicum, basta il 40% più uno e la partita si chiude prima ancora di aprirla.
Ma c’è un dettaglio che fa ridere, ammesso di averne ancora voglia. Il meccanismo funziona solo se qualcuno supera il 40%. Se non ci arriva nessuno, il premio non scatta, si distribuisce tutto in proporzione e si torna al punto di partenza, vale a dire governi tecnici, inciuci, salti della quaglia e Draghi deus ex machina.
Gioggia lo sa. Lo sanno tutti. Nessuno lo dice, perché la franchezza in politica è una merce che non circola. Si dice “governabilità” e si intende sopravvivenza. Si dice “riforma” e si intende fregatura. Si dice “nell’interesse del Paese” e si intende nell’interesse loro, almeno finché il consenso del fanclub di capre “Diopatriaefamigghia” regge. Gli elettori non scelgono una beata minchia. Non scelgono i candidati, perché li scelgono le segreterie. Non scelgono il governo, perché lo decide il premio. Non scelgono le politiche, perché le decidono le convenienze del momento.
Se questa è la trama, io rivoglio assolutamente come guest star Matteo Piantedosi. Non è da tutti avere le palle di farsi un’amante chiacchierona, ben sapendo di essere sposato con una Prefetta e di avere come suocero l’ex capo del Cesis, il Comitato esecutivo per i servizi di informazione e sicurezza, organo di coordinamento dei servizi segreti italiani.
Dalle balle di Gioggia alle palle di Piantedosi è stato un volar via di mutandine.
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