Il PD ha una sola risposta alla crisi: cambiare faccia. Non un programma, non un’analisi, non un’autocritica che costi qualcosa. No, una faccia. Possibilmente più fotogenica di altre, con un passato minimamente presentabile e, soprattutto, lontana abbastanza dalla memoria corta degli elettori.
Veltroni era il volto nuovo. Renzi era il volto nuovo del nuovo. Zingaretti era il volto nuovo del ripensamento. Letta era il volto composto della restaurazione. Schlein era la svolta radicale. Solo a scriverlo viene da ridere.
Adesso è il momento di Silvia Salis, ex olimpionica, bella presenza, nessuna macchia e nessun programma noto su nulla. La sequenza è talmente ripetuta da essere quasi ipnotica. Il PD non ha una classe dirigente: ha una collezione di copertine. Ogni due anni esce il numero nuovo, ma a conquistare (e)lettori nelle periferie è Gioggia.
Spoilerone: il problema non è Salis. Il problema è il meccanismo che la produce. Si è cominciato a parlare di lei non appena il referendum ha aperto il rischio di elezioni anticipate. L’obiettivo della continua campagna elettorale interna al PD, tutta giocata sui personalismi e non sui contenuti, ha l’evidente obiettivo di affossare del tutto una Schlein ormai ritenuta debole e, contemporaneamente, bruciare la leadership di Conte all’interno del campo largo.
Detto in altre parole, lo sbocciare dell’ennesimo fiore piddino – o piedino, vista la propensione di Salis per il fetish – è un’operazione di puro gattopardismo che potrebbe pure riportare in auge il renzismo in versione parrucca bionda e scarpine Manolo Blahnik.
E allora mi sbaglierò, ma Silvia Salis è l’ennesimo prodotto da laboratorio. Come scrive Paolo Desogus, “è la candidata che pezzi importanti di potere italiano stanno costruendo per scongiurare che a Palazzo Chigi salga uno o una presidente anche solo velatamente di sinistra”. Ma quando mai, Paolo?
Nel frattempo, mentre il volto nuovo sorriderà da Floris, affronterà il Vespa di regime e si concederà a Repubblica, nessuno avrà ancora detto una parola su salari, liste d’attesa e scuola.
Il niente in Italia dura più di qualsiasi faccia.
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