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Teatro Parenti: la kermesse delle balle

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Si va in scena.

Giovedì 12 marzo 2026, Teatro Parenti di Milano. Sipario. Luci. Meloni che sale sul palco con l’aria di chi ha appena salvato Hogwarts dai Mangiamorte. Lacrime. Applausi. Orgasmi. Svenimenti.

Il problema della serata sfavillante di bugie concimate con il compost di fanlocefali e nostalgici è che #donnamadrecristiana non stava governando. Stava facendo varietà. Un varietà di quart’ordine, scritto male, recitato peggio, con le scenografie da Istituto Luce e il pubblico scrauso che applaudirebbe pure se Giorgia leggesse l’elenco degli stitici di Fardelli d’Italia.

Allora proviamo a mettere i puntini sulle i, che di puntini ce ne vogliono a badilate.

Balla numero 1: “Se vince il No, stupratori e pedofili tornano liberi.”

Rileggete. Assaporate. Questa è la premier di un Paese del G7 che spiega la riforma costituzionale della separazione delle carriere dei magistrati usando come argomento gli stupratori. Non c’entra una beata minchia, ma il target di Giorgia non legge le sentenze. Quando va bene, legge i titoli al bar di Predappio. E allora giù, nel fango, a pescare tra le paure più viscerali dell’Italia. Perché è lì che vivono i voti di chi governa questo sventurato Paese.

Balla numero 2: “Figli strappati alle madri perché i giudici non condividono il loro stile di vita.”

Ah già, la famiglia del bosco. Di nuovo.

Così come il refrain di Sal Da Vinci che ti sorprendi a canticchiare mentre stai cagando, quella che ora piange lacrime di coccodrillo per i figli di una sciroccata che non vanno a scuola è la stessa premier del decreto Caivano, quello del pugno di ferro, della certezza della pena, dello Stato che entra nelle case dei genitori negligenti con gli stivali chiodati. E che usa questa storia specifica, anch’essa irrilevante ai fini della riforma, per convincere a votare Sì. Il collegamento logico è quello di Giuli che spiega Marx al Girasagre, ma vabbè.

Balla numero 3: “In quasi tutti i Paesi europei la separazione delle carriere esiste già.”

Quasi vero, quindi completamente falso. Perché in politica il quasi è una bugia con le scarpe lucide. La realtà, noiosa come il repertorio della Pausini, è che ogni Paese ha il suo sistema, che i modelli sono ibridi, che mettere la Germania e la Polonia nello stesso calderone della “separazione delle carriere” è come dire che il tè e il vino sono la stessa cosa perché si bevono tutti e due con la bocca.

Balla numero 4: “Il sorteggio toglie ai partiti la scelta dei membri del CSM.”

Indovinate un po’? Non è vero. I partiti compilano la lista degli idonei. Poi c’è il sorteggio. Quindi i partiti decidono chi può entrare nel mazzo. La sorte pesca, ma il mazzo lo costruisce la politica. È un gioco delle tre carte costituzionale.

In mezzo a tutto questo, il colpo di teatro finale: “Non vogliamo liberarci della magistratura.” Detto da Giorgia al Teatro Parenti, tre giorni dopo che la capo di gabinetto del ministero della Giustizia aveva detto a microfoni aperti che con il Sì “ci togliamo di mezzo la magistratura, che è un plotone di esecuzione.” Una smentita che ha la convinzione di un ateo davanti a un crocefisso.

La tecnica è sempre la stessa e ormai dovremmo conoscerla a memoria: si prende un fatto di cronaca, lo si gonfia come un palloncino del luna park, si sbatte il mostro in prima pagina e si promette di ammazzarlo. Il mostro cambia a seconda della stagione — i rave, i migranti, le ONG, i centri sociali, i giudici — ma la struttura narrativa è identica: propaganda da avanspettacolo.

Quello che brucia davvero è che funziona. E funziona perché c’è un Paese che ha smesso di leggere e si accontenta di guardare le figure. Un Paese che non sa cosa sia il CSM, non sa cosa differenzia la funzione inquirente da quella giudicante, ma sa che ha paura. Degli stranieri, dei giudici, delle bollette, del futuro. E quella paura è la materia prima con cui si costruisce il consenso di questo governo.

Il 22 e 23 marzo la peggior destra di sempre, con le guest star Calenda, Marattin, Picierno e altre simpatiche figurine del sottobosco neoliberale, hanno messo in piedi un teatro con le luci, il palcoscenico e gli applausi a scena aperta.

Invece noi il teatro delle balle di Giorgia lo vogliamo sprangare.

Votiamo NO.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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