Non “no grazie”. Non “no con riserva”. Non il no educato, quello che si porta dietro mille distinguo e tre paragrafi di premesse equilibrate.
No. Punto.
Perché a un certo punto bisogna anche smettere di fare gli analisti, gli editorialisti della domenica, i giuristi improvvisati sui social. A un certo punto bisogna solo guardare la merda che ti stanno apparecchiando davanti e dire: “No dai, questa non può passare!”
Sapete cosa mi fa incazzare di più di questo bailamme? Non è la riforma in sé — anche se è una roba pasticciata, pensata male, scritta peggio, calata dall’alto come un editto imperiale senza che nessuno si sia degnato di concordare una beata minchia con l’opposizione. Non è neanche il contenuto, che pure è roba da regime: smontare l’indipendenza della magistratura, mettere il potere esecutivo con i piedi in testa a quello che dovrebbe essere l’unico contrappeso rimasto tra noi e l’arbitrio di chi comanda.
No. Quello che mi fa incazzare è la faccia con cui lo fanno.
Quell’aria da burocrati dell’inevitabile. Da tecnici del necessario. “È una riforma di sistema, è modernizzazione, è efficienza.” E intanto smontano pezzo per pezzo tutto ciò che impedisce ai potenti di fare quello che gli pare senza che nessuno possa fermarli.
Poi guardi chi si sta spendendo per il SÌ.
Guardali bene. Prenditi un momento. Fai scorrere i nomi. Ecco. Hai visto? Quella è la lista. Quella è la cartina di tornasole. Quando i peggiori esponenti del centrodestra e del centrosinistra — quelli che normalmente si scannano per un posto al sole — si ritrovano fianco a fianco a spingere nella stessa direzione, non stai assistendo a un miracolo di unità nazionale. Stai osservando una classe dirigente che protegge sé stessa.
Il consenso trasversale tra i peggiori non è una rassicurazione. È una condanna.
Siamo in un momento storico preciso. Il potere esecutivo sta rosicchiando tutto lo spazio che trova. I contrappesi vengono chiamati ostacoli. L’indipendenza dei giudici viene chiamata politicizzazione. La resistenza viene chiamata ostruzionismo.
Il trucco è vecchio: ribattezzare le garanzie democratiche come problemi da risolvere. E noi stiamo lì a discutere se il testo sia ben scritto.
Quindi no, non andrò a votare perché “è importante partecipare”. O perché “ogni voto conta”. O qualunque altra formula vuota. Andrò a votare perché sono stufo marcio.
Stufo di questa classe politica che si fa i cazzi suoi. Stufo di riforme calate dall’alto. Stufo di guardare il potere esecutivo allargarsi come una scorreggia vestita su tutto ciò che dovrebbe essere autonomo, libero, indipendente. Stufo di essere governato da macchiette che sono più realistiche delle imitazioni che ne fa Crozza.
E allora voto NO.
Non perché il NO sia una soluzione magica.
Non perché un referendum cambi il mondo.
Non perché dopo saremo più liberi, giusti e felici. Ma perché ogni tanto bisogna mettere un bastone tra le ruote. Sennò che anarchico sarei.
Oh, non vi sto chiedendo di fare la rivoluzione (anche se…). Non vi sto chiedendo di occupare i palazzi. Non vi sto chiedendo di diventare eroi civili. Sto solo cercando, dal mio blog di nicchia e con il mio lessico ostinato e contrario, di realizzare una piccola grande cosa. E proprio per questo renderla indigesta al potere.
E allora mi permetto di dirvelo senza ornamenti: alzate il culo dal divano. Andate a votare.
Cinque minuti.
Una croce.
Un NO.
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