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La geopolitica in FM

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C’è Giorgia alla radio, ma è quella sbagliata

La guerra scoppia. I missili partono. Il Medio Oriente torna a essere il laboratorio bellico del mondo. E l’Italia? Risponde con una comparsata radiofonica. Non davanti al Parlamento, ovvero in un luogo istituzionale, ma nello studio di RTL, tra una  pubblicità di Compass e il tormentone di Sal Da Vinci.

La Presidento del Consiglio dei Più Meglio rassicura: “Non siamo in guerra e non vogliamo entrarci”. È la frase magica di tutte le guerre che partono dall’Occidente. Non siamo in guerra quando partono le armi. Non siamo in guerra quando si aprono le basi. Non siamo in guerra finché la parola guerra resta un tabù lessicale. Il trucco è più antico dell’esercizio del meretricio: se non nomini una cosa, non esiste.

Peccato che nel frattempo l’Italia abbia annunciato aiuti di difesa aerea ai Paesi del Golfo e confermato che l’uso delle basi americane resta regolato dagli accordi bilaterali. Che tradotto vuol dire: non partecipiamo alla rissa, ma teniamo aperta la porta del garage mentre i bombardieri fanno manovra.

Il Parlamento come optional

La cosa davvero interessante non è neanche la linea politica. È il metodo. Quando il mondo entra in uno dei momenti più pericolosi degli ultimi anni, il Parlamento italiano non viene convocato per una comunicazione urgente del capo del governo. No. La comunicazione avviene su un network radiofonico privato.

A pensarci un attimo, il passaggio è perfettamente coerente con l’epoca: la politica ridotta a format e la guerra spiegata come fosse la promozione dell’ultimo singolo. La continuazione di Sanremo, ma con i missili balistici letali quanto le stecche di Tredici Pietro.

La morale elastica dell’Occidente

E poi c’è la questione più comica, se non fosse tragica: la retorica del diritto internazionale. Si parla della “reazione scomposta dell’Iran”, del rischio di escalation e della fragilità dell’ordine globale. Mai della causa.
Quando bombardano gli altri, è destabilizzazione. Quando bombardiamo noi, è prevenzione. Quando reagiscono loro, è follia.

Il punto, alla fine, non è neanche la sciatteria istituzionale  di Meloni. Il problema è che il sistema politico italiano, governo e opposizione, si muove dentro un recinto deciso altrove. Washington scrive il copione. Tel Aviv agisce. L’Europa, salvo rare eccezioni, annuisce. L’Italia gorgheggia puttanate pseudo patriottiche alla radio.

L’illusione rassicurante

“Non siamo in guerra” è una frase pensata per tranquillizzare, ma storicamente funziona al contrario: è esattamente la frase che i governi pronunciano quando la guerra è già entrata dalla porta di servizio.
Non con elmetto e anfibi, ma con i trattati, le basi militari, la logistica e i cosiddetti aiuti difensivi.

La guerra moderna non arriva mai annunciandosi. Arriva così: tra un jingle radiofonico, una conferenza stampa mancata e il solito “avanti così Giorgia” del damo di compagnia Bignami.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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