L’astensione oggi è un’arma. E come ogni arma, ciascuno la usa cercando di fare centro. Per La Russa si tratta di fare schifo con la sicumera di chi trova sempre il voto di qualche nostalgico del pendolo di Piazzale Loreto a garantirgli il posto fisso. Renzi e Calenda non vale neppure la pena di commentarli, perché si rischia di veder spiegare le ruote da pavoncelli miracolati dalla politica. Nel caso di quei simpatici kamikaze del PD il bersaglio è Schlein, colpevole di essersi allineata alla Cgil di Landini e di voler riportare il Pd su una traiettoria più vicina alla sinistra sociale.
Va da sé che i trojan renziani Lorenzo Guerini, Giorgio Gori, Marianna Madia, Pina Picierno, Lia Quartapelle e Filippo Sensi abbiano pubblicamente sconfessato la linea della segretaria opponendosi a tre dei cinque referendum promossi dalla Cgil per l’8 e 9 giugno. Guardando più vicino a noi, vale a dire tra i dem piemontesi, non possiamo fare a meno di notare una certa prudenza o, se preferite, la solita ipocrisia. Da Laus a Valle passando per il sindaco Lo Russo si registrano bocche cucite sulle intenzioni di voto e sulle dichiarazioni della fronda riformista.
Siamo alle solite, quella che potrebbe essere un’occasione per riappropriarsi del diritto alla dignità del lavoro e sul lavoro per il PD rappresenta l’ennesimo regolamento di conti tra clan. Come ha scritto Giulio Cavalli su La Notizia, “chi oggi si rifiuta di votare, chi invita all’astensione per calcoli interni, non sta sfidando Schlein: sta disarmando la democrazia. La differenza, rispetto a La Russa, è solo nei toni. Ma almeno La Russa non finge di essere altro da sé”.
Con un’opposizione così Meloni dorme tra due guanciali sognando beata il premierato.
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