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La coperta di Liberalinus

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God save the King

A ridosso della vittoria dei laburisti nel Regno Unito e in attesa di vedere se gli eredi di Vichy andranno a governare la Francia, facciamo un piccolo ripasso di storia, materia che a destra si tende a non studiare e a sinistra a non comprendere.

La vittoria del Partito Laburista in versione Keir Starmer può entusiasmare solo Renzi e Letta che almeno oggi hanno qualcosa per cui festeggiare dopo i disastri del loro beniamino Macron. In realtà il Labour, ripulito da pericolose derive di stampo minimamente socialista, è stato “normalizzato” e sostenuto dai media del grande capitale. La Brexit è stata una “cagata pazzesca” (cit.) in termini economici, ma la medicina va trovata sempre e comunque all’interno del perimetro ideologico delle classi dominanti.

A dispetto di chi, a sinistra, gioisce per la riconferma del paradigma neoliberista dell’Occidente travestito da progressismo, sono andato a recuperare il seguente stralcio del messaggio agli elettori di una vittima illustre del nuovo corso del Labour Party, Jeremy Corbyn:

« Queste elezioni non hanno mai riguardato me. È sempre stato per la nostra comunità e per i valori che condividiamo. E si tratta della nostra convinzione eterna che esista un’alternativa alla disuguaglianza, alla povertà e alla guerra.

Il risultato di questa sera a Islington North (circoscrizione in cui Corbyn si è candidato da indipendente dopo l’epurazione subita dal suo partito) ci lascia intravedere un futuro diverso, che pone gli interessi dei molti davanti a quelli dei pochi. È anche un avvertimento al governo entrante che il dissenso non può essere schiacciato senza conseguenze. Che le idee di uguaglianza, giustizia e pace sono eterne. Quella speranza per un mondo migliore non potrà mai essere spenta […]».

Dedicato a tutti quelli che pensano che, a sinistra, non si possa andare oltre un conferenziere a contratto dei tagliagole arabi o al nipote del “consigliori” di Berlusconi.

E adesso i sans bidet

Dopo l’armistizio franco-tedesco la Francia si ritrovò divisa in due zone: quella nord, occupata dai tedeschi, e quella centromeridionale, governata da un regime collaborazionista. Dalla disfatta della Francia nacque “il governo di Vichy”, mutuando il nome da quello della cittadina termale dove si era trasferito il Maresciallo Philippe Pétain, capo del governo e rappresentante delle élite militariste, reazionarie e clericali.

Vichy non fu soltanto un regime fantoccio imposto dai tedeschi, ma anche e soprattutto l’espressione di una tendenza antidemocratica profonda e radicata in Francia: antisemita e antidreyfusarda, boulangista e fascista. Rappresentò il tentativo di realizzazione di quel nazionalismo clericale, gerarchico e autoritario che, seguendo l’esempio italiano, venne chiamato in tutto il mondo “fascista”.

Nemico della democrazia e dell’uguaglianza, il governo di Vichy adottò la triade “lavoro, famiglia e patria” (gia sentita vero?), che avrebbe dovuto esaltare l’ordinamento naturalmente gerarchico della società. Sparì dai documenti ufficiali l’intestazione “La République française”, sostituita dalla formula di stampo monarchico assolutista “Nous, Philippe Pétain”, che ripristinava lo stile del Secondo impero. Pétain del resto si era attribuito l’intero potere legislativo nonché la designazione delle assemblee “rappresentative”.

Tornavano al potere le élite sociali eclissate dalla democratizzazione della Terza Repubblica. Ma anche gli alti tecnocrati dello Stato si schierarono in maggioranza con il regime di Vichy, per disprezzo nei confronti del parlamentarismo, che con le sue lungaggini e il suo sistema di garanzie rallentava il loro lavoro e limitava la loro supremazia oligarchica. Senza la loro presenza, senza i laureati delle “Grandi Scuole” repubblicane, il governo di Vichy non avrebbe potuto funzionare.

Le gerarchie della Chiesa e dell’esercito si accordarono anch’esse al regime, che riportò in auge l’antisemitismo di cui la Francia era stata tristemente il laboratorio moderno, ai tempi dell’affaire Dreyfus. Una legislazione simile entrò in vigore, e venne istituito un Commissariato generale agli affari ebraici.

Ci sarebbe qualcosa da obiettare dopo le desistenze in chiave antifascista che vedono sì allontanarsi il sogno di un’investitura di massa per il Giorgino d’oltralpe, il giovanissimo Jordan Bardella. ma pure il nascere di una maggioranza morta in culla, se si considera la distanza siderale sui temi economici tra Macron e Melenchon.

Questa cosa del gridare al fascio all’uscio sta diventando una coperta di Linus usata troppo spesso per dissimulare il mantenimento dello status quo attraverso il cambio della cornice.

Domenica i francesi ci diranno qualcosa sul tirare la coperta lasciando scoperti i piedi di tanti, purché non siano i pochi a sentire freddo.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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