Certe mattine basta leggere un po’ di rassegna stampa sul water per rovinarci la gioia della cacata con la merda che arriva da fuori.
Stamattina il quadro era questo: La Russa che riscrive la storia, Vannacci che propone l’esercito contro i ladri d’auto, Ravetto che cambia casacca per la quarta volta. Tre notizie, un solo paese, un solo odore. Ma andiamo con ordine.
La Russa e il fascista democratico
Ignazio Benito Maria La Russa, seconda carica dello Stato (sigh!), ha rilasciato un’intervista al Corriere della Sera in occasione del trentottesimo anniversario della morte di Giorgio Almirante. La Russa ha definito Almirante un politico che, pur essendo stato fascista, “aiutò il percorso verso la democrazia.” Bella locuzione. Concettualmente è un po’ come dire che Himmler aveva un buon metodo manageriale, ma con i fasci può andare solo in due modi: o li accetti per come sono, correndo il rischio di vivere un ventennio un po’ così, o li appendi a testa in giù.
Riepiloghiamo brevemente il cursus honorum democratico del soggetto Almirante: capo di gabinetto del Minculpop nella Repubblica di Salò, collaboratore della rivista La Difesa della Razza, sostenitore delle leggi razziali e teorico di un antisemitismo feroce e assolutamente consapevole. Poi, certo, nel dopoguerra fece politica parlamentare, ma questo non è “aver aiutato la democrazia”. È aver usufruito di una democrazia che altri avevano costruito nonostante lui e nonostante i reiterati tentativi dei suoi sodali di ostacolarla con le bombe nelle banche, sui treni e nelle stazioni.
La difesa di La Russa di fronte all’evidenza? Ricordare i messaggi inviati in passato da Napolitano e Mattarella sul ruolo di Almirante nell’Italia repubblicana e pure il funerale a cui parteciparono Nilde Iotti e Giancarlo Pajetta. Argomento solidissimo. In pratica, se ho ben capito, ‘Gnazzio ci sta dicendo che, siccome altri hanno ecceduto in generosità, non sarebbe poi così grave se eccedessimo anche noi seguendo la logica del cretino istituzionale che assurge a dottrina politica.
Infine la ciliegina sulla torta fascia: nell’intervista La Russa punzecchia anche Vannacci, dicendo di non averlo mai incrociato “negli anni in cui la militanza a destra era difficile.” Cioè la seconda carica dello Stato usa la propria nostalgia missina come credenziale di autenticità contro il concorrente interno. Siamo al revisionismo storico come arma tattica di corrente.
Vannacci e il battaglione di paracadutisti
Detto del padrone di casa, veniamo al concorrente. Il generale Vannacci, fondatore di Futuro Nazionale dopo aver lasciato la Lega a febbraio, prosegue il proprio tour semiotico attraverso i temi che tengono caldo il suo elettorato. In una trasmissione in onda su una televisione genovese ha sostenuto la necessità di interventi militari “più dinamici e operativi” nella lotta alla criminalità, portando l’esempio di un battaglione di paracadutisti da inviare a Cerignola per contrastare il racket dei furti d’auto. Un battaglione di paracadutisti! Per i furti d’auto! In un paese con una Costituzione, un codice penale e un sistema giudiziario che continua ad esistere seppur tra alti e bassi e nonostante il recente tentativo di golpe referendario. E qui sta il punto: la virilità militare proiettata sul problema della sicurezza percepita. E funziona. Le parole di Vannacci, così come le molteplici minchiate contenute nel suo “Mein Kampf” per lettori più che basici non devono essere vere, è sufficiente che siano evocative.
A ben vedere, anche sul caso Modena lo schema è quello brevettato dal Girasagre, ma con meno enfasi paratattica. Vannacci si è chiesto “quante Modena dovranno ripetersi” usando la violenza di un singolo come propellente per una proposta di deportazione di massa travestita da lessico tecnico, ossia la remigrazione.
Ciò che vale la pena di osservare è che quello che pare essere materiale di risulta fuoriuscito dalla Lega in realtà è puro mimetismo destrorso pronto ad essere cooptato da Meloni, in un momento in cui la premier ragiona di come coprirsi all’estrema destra in vista delle elezioni che si avvicinano. In altre parole, il partito di governo insegue il populismo armato del proprio sfidante invece di tenerlo a distanza. È darwinismo elettorale nella sua forma più pura: chi produce l’estremo, detta l’agenda al centro.
Ravetto e la vocazione professionale
Max Weber, amatissimo da noi boomer veteromarxisti, nel 1919 distingueva tra chi vive per la politica e chi vive di politica. Laura Ravetto è un caso da manuale della seconda categoria, non come insulto, ma come semplice constatazione morfologica.
Entrata in Parlamento nel 2006 con Forza Italia, rieletta col Popolo della Libertà, rientrata in Forza Italia, approdata alla Lega nel 2020, ora a Futuro Nazionale. Quinta legislatura consecutiva, quarta casacca. Un curriculum che grida attaccamento alla politica, ma soprattutto alla poltrona. La vicesegretaria leghista Sardone – da che pulpito – ha liquidato così Ravetto: quando si avvicinano le politiche e i listini sono bloccati, chi non è radicato sul territorio cambia partito.
Weber la chiamava politica come professione. Tuttavia il problema non sono neppure le voltagabbana come Ravetto. Il problema è che in questo ecosistema di maschere grottesche il trasformismo è l’unica competenza che conta davvero. Ed è perlopiù bipartisan, come dimostrano i Transformers liberali Renzi, Calenda e Marattin.
Una mattina, tre storie, un paese. La Russa mente sulla storia perché ha bisogno di fare egemonia senza prenderla a prestito da Gramsci. Vannacci spara cazzate perché funzionano. Ravetto si sposta perché conviene a lei. Nessuno dei tre crede a quello che dice, ma questa è la notizia meno grave. Peggio è che funziona. Che il paese risponde. Che l’elettorato di destra premia la menzogna storica, il delirio militaresco e il trasformismo seriale come se fossero qualità. E forse lo sono, per chi vuole essere governato così.
Per tutti gli altri, buon lunedì.
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