C’è un rumore di fondo che accompagna le nostre giornate pre natalizie, un ronzio semantico che resta costante e insinuante nella testa di chi incomincia ad avere veramente paura.
È il linguaggio bellico sotto mentite spoglie. Non quello roboante dei proclami dai balconi, ma quello più subdolo, quotidiano, apparentemente razionale. Un linguaggio che non urla, ma spiega. Che non impone, ma persuade.
Il termine guerra ha smesso da tempo di essere un corpo estraneo nel discorso pubblico. Si è fatto casalingo, come i biscotti della nonna. Lo si pronuncia con una naturalezza che inquieta, ma che raramente viene messa in discussione. E soprattutto lo si accompagna quasi sempre con aggettivi rassicuranti, attenuanti morali e cornici etiche che ne smussano la brutalità.
Così nasce la guerra preventiva, una guerra che promette di evitarne una peggiore, come se la violenza fosse un vaccino e non la malattia.
A seguire c’è la guerra ibrida, un’espressione ambigua che sembra più appartenere a un convegno di strategia presieduto da quella prugna secca della Kallas che a un campo di battaglia.
Poi arrivano le varianti di stampo liberale: la guerra per la pace, la guerra per la libertà, la guerra giusta: ossimori elevati a categoria politica, dove l’orrore viene superato da una causa superiore.
Infine c’è la guerra identitaria, la cosiddetta guerra di difesa. Quest’ ultima è forse la più efficace dal punto di vista emotivo, perché chiama in causa la casa, il “noi” minacciato da “loro”. È questo il terreno in cui giocano come neanche Maradona sia il babbione aerografato che la sua colf, Queen Underdog.
In questo gioco linguistico la guerra non scompare, ma cambia volto. Viene privata dei corpi smembrati, delle macerie e delle espressioni vuote di chi non ha più nulla, per divenire un dovere morale.
Siamo di fronte ad un’operazione di anestesia collettiva: se le parole non fanno male, allora forse non farà male nemmeno la merda incommensurabile che descrivono.
Ma la guerra resta guerra. Nessuna narrazione fasulla può dissimulare la sospensione della vita civile, la distruzione sistematica, la riduzione dell’essere umano a danno collaterale.
Chi si ostina a non vedere la guerra come soluzione, ma a vederla come metastasi incurabile del nostro paradigma, coglie bene l’insensatezza di un meccanismo che pretende di risolvere con la forza problemi che la forza stessa ha contribuito a creare.
La normalizzazione della guerra passa soprattutto da qua: da una retorica che la rende pensabile, possibile e dunque accettabile. Una retorica che promette precisione, controllo, intelligenza. È la vecchia illusione della guerra intelligente, tecnologica, chirurgica, quasi pulita. Un mito coltivato a lungo, in particolare in Occidente, e puntualmente smentito dai fatti. Perché non esiste guerra che non sfugga di mano, che non produca effetti imprevisti, che non lasci dietro di sé una scia di traumi destinati a durare per generazioni. Ucraina, Sudan, Palestina e tutti i luoghi in cui si muore sono le Guernica del presente.
Oggi il primo atto di resistenza non è manco per niente politico o militante: è linguistico. Bisogna restituire alle parole il loro peso specifico. Chiamare la guerra con il suo nome, senza attenuanti. Ricordare, ogni volta che viene presentata come necessaria, giusta o inevitabile, che ciò che viene normalizzato nel linguaggio finisce quasi sempre per esserlo anche nella realtà. Perché a pagare il prezzo della semantica di guerra non è il congiuntivo e neppure la consecutio. Sono le persone.
La guerra è quella lezione di storia che non abbiamo ancora imparato. A prescindere da come viene scritta.
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