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Brava gente

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L’Italia è al collasso.

Famiglie che arrancano per arrivare a fine mese anche con casa di proprietà. Stipendi da fame, bollette da usura, tasse da pizzo istituzionalizzato. Ogni cosa è rincarata: cibo, energia, benzina. Quando riesco a pagare tutto – e per fortuna non ho un mutuo – non ringrazio dio, ma la capacità di mia moglie e mia di non crollare, il Lidl e il mercato rionale. Viviamo nell’angoscia permanente dell’imprevisto, quella che fa svegliare alle tre di notte col cuore in gola per un rumorino sospetto della caldaia.

Da quando il mercato del lavoro sembra odiare i cinquantenni che lo perdono, ho rivisto al ribasso guadagni e aspettative. Ma non è bastato, perché oggi le aziende non cercano più competenza ed esperienza. Tutto si riduce alla marginalità. Siamo una voce di costo su un foglio excel.

Non ce la faccio più da tempo a tenermi tutto dentro e questo blog è il risultato del mio disagio. Ho smesso di considerare il concetto di “farcela” come un obiettivo moralmente accettabile all’interno di un sistema che alleva mostri. Perché farcela oggi significa solo che qualcun altro sta messo peggio di te.

Chi ha due o tre figli e non ha la busta paga da casta patisce la fame quella vera. Non le crescenti ristrettezze a cui ci hanno resi adusi trenta e più anni di governi bipartisan. Solo in TV tutto scorre, tutto è sotto controllo, tutto è gestito con la competenza spocchiosa di chi non ha mai avuto bisogno di scegliere tra la bolletta e le scarpe per i figli. Nel cuore di milioni di italiani c’è disperazione, rabbia, ma soprattutto vergogna. La vergogna è una condanna sottile: ti fa sentire responsabile della tua miseria, ti isola, ti zittisce. È questo il vero collasso, non quello economico, quello antropologico.

Paghiamo IMU, TARI, IRPEF. Paghiamo e non arriviamo a fine mese lo stesso. E questo nella migliore delle ipotesi, quella in cui sei sano. Perché se in questo paese ti ammali, entri nel girone infernale del sistema sanitario pubblico smantellato pezzo per pezzo da decenni di “razionalizzazioni”. Quando tocca a te, scopri che lo Stato esiste solo per riscuotere e per il resto ti offre liste d’attesa di diciotto mesi e il consiglio implicito di arrangiarti.

Allora perché continuiamo a praticare il rituale masochista del voto eleggendo gente che non conosciamo, nomi scritti su liste calate dall’alto, attraverso un sistema elettorale che premia fedeltà e appartenenza disdegnando la competenza? Ecco che le solite promesse non sono finite da nessuna parte: non sono mai esistite. Erano merce elettorale, consumata e smaltita come facciamo con l’organico.

Sono ormai quattro anni di governo di una che in un paese appena decente poteva aspirare al massimo a fare la concierge, la cuoca o la cameriera di sala. Ma non chiamiamola incompetenza, perché l’incompetenza è cieca, casuale, neutrale e i suoi effetti hanno un non so che di universale. Il governo dei Piùmeglio ha invece una direzione precisa. Ogni taglio, ogni “riforma”, ogni norma inserita di notte in un decreto colpisce sempre gli stessi. I poveri. I malati. I precari. I vecchi senza una pensione dignitosa. Gli invisibili che non compaiono nei grafici del PIL ma si vedono nelle statistiche della Caritas, ammesso che qualcuno si degni ancora di leggerle. Questo non è malgoverno: è semplicemente politica che emana odore mefitico di classe, anche se in Italia quest’ultima parola fa ridere o fa piangere, a seconda di chi la sente.

Ho 59 anni suonati. Non ho memoria — nemmeno col Covid, nemmeno con Berlusconi nel pieno della sua arrogante impunità — di uno Stato così apertamente ostile ai propri ultimi. Così chirurgicamente assente per chi non ha abbastanza, così tempestivamente presente solo per chi possiede e per gli amici. Questi mentono sulla qualunque. Mentono sapendo di mentire, davanti alle telecamere, in radio, sui giornali amici, con la faccia riposata di chi dorme bene la notte. Mentono e chi denuncia viene deriso, ignorato, o accusato di essere oppositivo, come se voler sopravvivere fosse diventato un atto sedizioso.

C’è troppo odio cieco, troppa fedeltà tribale al capo e un’ignoranza sulle basi talmente diffusa da non riuscire ad ammettere che questo governo è la sciagura più grande della storia repubblicana. L’odio e la voglia di potere per il potere non ragionano e non imparano. Per questi motivi ci porteranno al baratro con la stessa serenità ottusa con cui ci hanno portato fin qua. Il problema è che molti non arriveranno nemmeno a vedere quel baratro. Si arrenderanno prima. La povertà materiale si sopporta. È la perdita della dignità che uccide senza fare notizia. Tuttavia quando si arriva a questo punto, non tutti offrono il collo al boia.

Io temo di essere una di queste persone.

La fortuna storica di questa classe dirigente è che governa su un popolo di brava gente. Brava nel senso di mansueta. Brava nel senso di resiliente, una parola che sa di bestemmia, ma che loro usano continuamente per dire tieni duro e non rompere i coglioni.

Da quando ho iniziato a scrivere su ittica, mi sono fatto persuaso di due cose: la pazienza è per i santi, noi invece siamo tanti. Quando ne avremo ingoiata una di troppo, smetteremo di piegarci e non chiederemo più il permesso.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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