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Il format della paura

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C’è un filo sottile che lega due vicende all’apparenza diverse tra loro: quella di Mario Roggero e quella di Abderrahim Fakir. Non perché sia possibile metterle sullo stesso piano. Il punto è un altro e riguarda noi. Riguarda il modo in cui ci stiamo abituando a pensare la sicurezza.

Da quando Meloni è al governo la sicurezza è diventata il format preferito del potere. Ogni fatto di cronaca viene trasformato nell’episodio di una serie infinita che vive di paura, indignazione e tifoserie. Cambiano i nomi, le facce e le circostanze, ma la sceneggiatura resta la stessa: o stai con la divisa o stai contro la divisa; o sei dalla parte di Mario Roggero o sei dalla parte del ladro. Non esistono sfumature, perché le sfumature non portano voti.

Invece la sicurezza è un equilibrio delicatissimo tra diritti, libertà e legalità. Non è soltanto il diritto di Roggero a non essere rapinato. È anche il dovere dello Stato di esercitare la forza quando serve, ma sempre entro i limiti della legge, della proporzionalità della risposta e della reale necessità. In uno Stato democratico non è la forza a fare la ragione: è il diritto a stabilire quando e come la forza possa essere usata. E se non lo capite, siete uguali al Girasagre o al prode Galeazzo (segue rima a piacere).

Purtroppo anche la sinistra italiana negli ultimi trent’anni non ha brillato per acume  lasciando alla destra il monopolio di una parola, la sicurezza appunto, che dovrebbe appartenere a tutti.

Ogni volta che il tema emerge, c’è chi cambia discorso per non sembrare “di destra” e chi preferisce rifugiarsi nelle bandiere arcobaleno o negli intellettualismi da apericena. È pur vero che i sinistrelli dei quartieri belli non vivono la paura di uscire di casa che si respira dove loro non mettono piede da una vita. Intanto la sicurezza non smette di esistere se smetti di pronunciarne il nome.

Il risultato è che il ragionamento va in panchina e lascia il posto al tifo. La cronaca diventa un referendum permanente sull’ordine pubblico, mentre la politica, lungi dal voler risolvere interrogandosi sulle ragioni profonde dell’insicurezza che genera mostri, preferisce amministrarne gli effetti, perché è la paura, a differenza della giustizia sociale, a produrre consenso immediato.

Personalmente e per quel che può valere, sono d’accordo con Andrea Zhok sul fatto che «sia in corso un’operazione orchestrata dall’alto per condurre la popolazione a concentrarsi sul tema “sicurezza” e a polarizzarsi.

Ogni giorno salta fuori un nuovo caso (viene mediaticamente esposto) e viene cucita una narrazione ad hoc, che deve creare un’opposizione insanabile tra un blocco di “autoritarismo Legge e Ordine” ed un blocco di “libertarismo antistatalista (A.C.A.B)”

L’autoritarismo lavora sulla paura, sul disagio, sul senso di esposizione di una parte della popolazione esposta alla microcriminalità e non protetta.

Il libertarismo antistatalista lavora sul senso di estraneità allo stato e promuove una strutturale diffidenza nei confronti delle istituzioni, presentate come intrinsecamente compromesse e irriformabili, come un nemico antropologico.

Ovviamente entrambe le posizioni l’autoritarismo e l’antistatalismo sono graditissime al potere reale e convivono magnificamente».

È qui che si consuma l’inganno. Ci raccontano che le alternative siano due: affidarsi mani e piedi all’autorità oppure considerare lo Stato un nemico irriformabile. Sembrano posizioni incompatibili, ma finiscono per alimentarsi a vicenda. Più cresce la sfiducia nelle istituzioni, più diventa facile chiedere poteri eccezionali; più quei poteri vengono esercitati in modo brutale, più aumenta la convinzione che lo Stato sia soltanto repressione. Un circuito perfetto, dal quale il potere esce sempre rafforzato e i cittadini sempre più divisi.

Nel frattempo sparisce la domanda che dovrebbe precedere tutte le altre: perché un Paese nel quale il lavoro è precario a qualsiasi età, i servizi pubblici arretrano e i quartieri popolari vengono lasciati marcire discute quasi esclusivamente di ordine pubblico? Forse perché è più semplice convincere chi vive nell’insicurezza materiale che il suo nemico sia il ladro, il migrante o il poliziotto, piuttosto che spiegargli chi produce quell’ insicurezza traendone profitto.

Alla fine resta soltanto una società che applaude o fischia e praterie di analfabeti funzionali incapaci di fare analisi. Così, quando il potere riesce a trasformare ogni tragedia in un derby, ha già ottenuto la sua vittoria più grande: quella di convincerci che la sicurezza sia un problema di schieramento, anziché la conseguenza di un modello sociale che ha smesso da tempo di garantire giustizia.

La sicurezza non è manco per il cazzo il “generico” dei diritti sociali.

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Esimio "signor nessuno", anarcoinsurrezionalista del tastierino, Scienze politiche all'Università, ottico optometrista per campare. Se proprio devo riconoscermi in qualcuno, scelgo De André. Ciclista da sempre, mi piacciono le strade in salita. Ci si vede in cima.
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