Annuntio vobis gaudium magnum!
Oggi a Bari, con il mare sullo sfondo, le luminarie, il palco, diecimila persone previste, ministri, parlamentari, sottosegretari, amici e parenti tutti, Giorgia Meloni celebra il governo più longevo della storia repubblicana. Millequattrocento e rotti giorni senza che nessuno abbia ancora trovato il modo di staccarle la spina!
Il concetto è sublime nella sua semplicità: siamo ancora al governo, dunque abbiamo governato bene. È la metafisica del consenso secondo i Fardelli d’Italia. Aristotele scansati proprio.
Del resto i Fardelli hanno preparato pure il libretto celebrativo: ventotto pagine di «record e risultati». Occupazione, tasse, sicurezza, sanità, scuola, famiglie, spread, sbarchi, rimpatri. Tutta la fuffa e la propaganda impacchettate con tanto di fiocco per dimostrare che quel malloppo di giorni non è soltanto la somma delle ore passate a lustrare le poltrone con i culi, ma la prova documentale della grande trasformazione nazionale.
E qua la faccenda diventa interessante.
Perché un governo normalmente presenta i risultati ottenuti per spiegare perché merita di essere giudicato bene. Questo governo no. Questi presentano il tempo trascorso al potere come il primo risultato da celebrare. La durata diventa il risultato dei risultati. È un salto concettuale mica da ridere.
Il porto di Bari come sfondo non è casuale: un porto è un luogo di passaggio, di merci che arrivano e ripartono, di transito. E lì, in quello scenario di movimento perenne, si issa la bandiera dell’immobilità come se fosse un’impresa. “Il governo più stabile”. Ma stabile rispetto a cosa? Rispetto al vuoto attorno, probabilmente. Con un’opposizione che non oppone, un ciclo mediatico che non ricorda, un elettorato anestetizzato che confonde la sopravvivenza con il merito.
Peccato che far arrivare il trenino della Repubblica da qualche parte non sia la stessa cosa di una gara di sopravvivenza fra governi. Un esecutivo non prende punti perché rimane seduto sulla sedia. La stabilità è una condizione, non un risultato. Serve a governare; non è il governo.
Il problema è che, fuori dalla festa (e dalla testa) dei Fardelli, esiste ancora il Paese. Esiste una sanità pubblica che non si misura soltanto in miliardi stanziati sulla carta. Esistono salari che aspettano da anni di recuperare quello che hanno perso. Esiste una produttività che non si commuove davanti alle luminarie. Esiste una montagna di debito pubblico che non applaude. Esistono giovani che continuano a fare le valigie mentre la politica continua a fare opuscoli.
Ma soprattutto esiste una domanda molto semplice: quanto deve durare un governo prima che la sua durata smetta di essere una notizia e cominci a diventare una barzelletta? Quattro anni? Allora ci siamo.
Benvenuti alla festa!
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