Due immagini, due pugni nello stomaco. Due trailer di quello che succede quando lasci le chiavi di casa alle destre: tu ti illudi che tengano in ordine il salotto e loro prima ti fottono il divano e poi fottono te sul divano.
La prima è l’Argentina, il nuovo laboratorio dello sfruttamento: turni da 12 ore, ferie spezzate e diritti dei lavoratori trasformati in optional. “Basettone” Milei ha il coraggio di chiamarla riforma. Ma quale riforma? È la motosega applicata al contratto collettivo. Dodici ore non sono flessibilità, è spremitura di vite di lavoro nel frantoio del profitto. Le ferie a blocchi da sette giorni? Maledetti bastardi! Ti concedono il diritto al riposo come fosse una promo del Black Friday. In pratica ti tengono in vita quanto basta per continuare a produrre.
Poi c’è la seconda immagine. Il volto da sbirro lombrosiano, la divisa tradita, lo slogan tricolore che è al contempo una presa per il culo e una fotografia della giustizia come la intendono i patrioti: verticale, punitiva, coreografica. Una parola totem dietro cui si nasconde l’ossessione per l’ordine da far osservare a chi sta sotto mentre loro si ampliano la villa con il bonus ristrutturazione.
È qui che si finisce quando si lascia fare alla destra: in un reality show autoritario dove ti convincono che il problema non è chi ti sfrutta, ma chi protesta. Non è il padrone che ti allunga l’orario, ma il lavoratore che sciopera. Non è il sistema a precarizzare le persone, ma chi non canta nel coro ad autoescludersi. La loro è un’operazione chirurgica fatta senza anestesia, ma con una regia impeccabile. Prima ti bombardano di parole-meme: sicurezza, merito, disciplina, responsabilità. Dopo ti dicono che la pacchia è finita, ma tu la pacchia non l’hai vista nemmeno da lontano.
La verità è che la destra contemporanea non vuole cittadini: vuole sudditi produttivi. Non vuole diritti: vuole concessioni revocabili. Non vuole conflitto sociale: vuole silenzio assenso. E se per ottenerli deve allungarti l’orario, accorciarti le ferie e incorniciare la giustizia in uno slogan muscolare, lo fa senza battere ciglio.
Argentina oggi, altrove domani. Il copione è sempre quello: crisi, paura, uomo forte, riforme, applauso dei mercati, vite mediamente di merda. E guai a chiamarlo sfruttamento: adesso si parla di resilienza per recuperare competitività. Guai a chiamarlo autoritarismo: ora si dice efficienza.
Il punto è che non ti portano via tutto in una volta. Sarebbe troppo evidente. Ti tolgono mezz’ora oggi, una garanzia domani e una tutela dopodomani. Ti abituano al peggio con la tecnica della rana bollita. E mentre l’acqua sale, tu sfoghi la frustrazione perculando i contenuti e le grafiche della loro propaganda su un blog talmente marginale da potersi ritenere di nicchia.
Anarcoinsurrezionalismo, almeno per me, significa questo: smettere di credere alla narrazione patinata. Strappare il poster per guardare cosa c’è dietro e scoprire che c’è lo stesso muro di sempre: potere che si compatta, lavoro che si allunga e libertà che si restringe.
E allora la carogna che sale non è un vezzo stilistico. È autodifesa.
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